Il messaggio ebraico dell’inverno

di Rav Yitzhak Rapoport

Ci troviamo adesso nel periodo invernale, un periodo di “riposo” dai chaghim (feste). L’anno secondo la Torah inizia in primavera, assieme alla festa di Pesach e finisce in autunno con Sukkot e Sheminì Atzeret. Abbiamo ovviamente Hanukkah e Purim, le feste istituite dai Rabbini, però si sente in un certo modo una forma di vuoto durante l’inverno.

Vorrei quindi spiegare il messaggio di questo vuoto invernale riguardo alle feste.

.

 Photo di Nati Shohat/Flash90 

Come già detto in precedenti articoli, la parola “festa” non esiste in ebraico. I “chaghim” non sono “feste” come le si intendono in occidente. Il termine non è connesso ad un concetto di santità o di qualcosa di eccezionale. La parola ebraica “chag” significa “ruota” e si riferisce al carattere di unità e solidarietà nel quale la festa dovrebbe essere celebrata quel giorno, che porta così un significato unico nella storia del nostro popolo. A Pesach HaShem ci ha liberati dalla schiavitù in Egitto. A Shavuot abbiamo ricevuto la Torà sul Monte Sinai e abbiamo portato, ogni anno, un cesto pieno di frutti al Tempio di Gerusalemme. Per Sukkot ci ricordiamo della fede e fiducia dei nostri antenati per HaShem, che sono usciti nel deserto e hanno vissuto in capanne (Sukkot) per ordine di HaShem. Uno degli scopi di ogni chag, è quello di unire il popolo ebraico attorno alla nostra storia comune. Per questo motivo, la Torah usa il termine “chag”, cioè ruota, che in realtà non ha molto a che fare con la parola “festa”.

Il “chag” viene nella Torà chiamato anche “reghel”, che significa pellegrinaggio a Gerusalemme. L’unità di un popolo si raggiunge al meglio nel luogo che è il più importante per la storia di quella nazione. Il Monte del Tempio a Gerusalemme, dove oggi si trova la moschea, è il luogo più importante per la storia del nostro popolo. Sul Monte del Tempio, Abramo e Isacco hanno avuto la loro prova di fede: quando HaShem ha detto ad Abraham, che deve donare in offerta suo figlio Yitzhak sull’altare. Il Monte del Tempio a Gerusalemme è anche il luogo dove il nostro avo Yaakov ha avuto il suo sogno della scala, che unisce la terra al cielo. Yaakov successivamente ottiene il nome Israel da HaShem. Israel, che è il primo e più vero nome del Popolo Ebraico, cioè “figli di Israele”.

Continue reading

Advertisements

Le Mitzvòt legate a Purim hanno aspetti che visti superficialmente mi lasciano sempre perplesso

Rav Pinchas Punturello

11025204_428545803962451_7786416572602720004_nTra la sera e la giornata di Purim l’ebreo è obbligato alla lettura della Meghillà la sera e la mattina della festa, ad inviare “mishloach manot” ovvero due portate di cibo pronto ad almeno un’altra persona, dare doni ad almeno due diverse persone indigenti, “mattanot laevionim” ed organizzare un pranzo festivo nella giornata di Purim, dopo mezzogiorno.

Se ebraicamente posso concepire il senso della mitzvà che mi impone il dovere di leggere il libro biblico di Ester, di rivivere attraverso il racconto gli eventi che hanno portato prima alla disperazione e poi alla salvezza degli ebrei di Persia, non riesco a comprendere fino in fondo il senso di mitzvòt che mi impongono di inviare dolciumi e cibo ai miei amici, di dare doni o denaro ai poveri e di organizzare un pranzo in un giorno che in fondo resta, per molti di noi, semi lavorativo o comunque non completamente esente da obblighi di lavoro. Continue reading

Maschere e biscotti: Shavei Israel celebra Purim in tutto il mondo

Di Brian Blum

Purim-cuteness-in-Upper-Nazareth-300x199

Bambini Bnei Menashe in costume per Purim a Nazareth

La scorsa settimana, Israele e il mondo ebraico hanno festeggiato la festa di Purim, che ci ricorda dell’incredibile svolta – dal quasi annientamento del popolo ebraico in Persia più di 2000 anni fa, fino alla sua salvazione.

In onore della gioia che gli ebrei hanno provato all’ultimo momento, Purim è oggi probabilmente il giorno più felice del calendario ebraico. Tutti si vestono in costume per leggere dal Libro di Esther (la Meghillah), fanno dei doni di alimenti (mishloach manot) agli amici e alla famiglia, e partecipano a feste stravaganti condite da vagonate di hamentaschen kosher (biscotti triangolari ripieni di semi di papavero, datteri, cioccolato e altre prelibatezze).

Anche le comunità con le quali lavora Shavei Israel, entrano nello spirito festivo. Ecco cosa hanno organizzato i nostri emissari. Continue reading

Ad d’lo yada – Bere per Purim

Di Rav Tyson Herberger

לחייםMolto probabilmente la mitzvah più popolare di Purim, è quella di bere alcol – ad lo yada d’ – fino a quando non riconosciamo più la differenza tra il benedetto Mordechai e il maledetto Haman. Ma si tratta proprio di ubriacarsi? E solo questo ha qualche legame con Purim?

Il Libro di Ester (Meghillat Esther in lingua ebraica) ci invita a bere alcol, ma non dice chiaramente di ubriacarsi. Il racconto si apre con il re Ahashverosh, che durante una festa della durata di 180 giorni, decide di prendere una nuova moglie. Successivamente, Ester quando viene a sapere del complotto di Haman contro gli Ebrei, organizza un banchetto. Invita sia Haman che Ahashverosh. Quando il re è ubriaco, Ester gli presenta la situazione. Il re subito decide di aiutare Ester e liberarsi di Haman. Quindi, l’ubriacatura è servita per fare di un’Ebrea una regina, così come l’ubriacatura ha aiutato nel salvataggio degli Ebrei. Quindi l’alcool ha avuto una doppia funzione in questa storia: l’incoronazione di Ester e come mezzo di persuasione del re. Quindi ci stupisce poco vedere gli Ebrei della città, che alla fine della Meghillat Ester organizzano una festa per celebrare la loro salvezza. I tre versi del capitolo 9 (17, 18 e 22), ci parlano degli antichi Ebrei e in quale giorno precisamente festeggiano la salvezza. Ma precisamente cosa hanno bevuto, quanto hanno bevuto e altri particolari, sono stati tralasciati. Il Libro ci indica chiaramente di bere ai giorni nostri, ma non ci dice che tipo di bevuta deve essere! Continue reading

La festa ebraica più strana di tutte

Di Rav Avi Baumol151379-300x166

Purim è una festa strana. Perché strana? Perché è diversa dalle altre. Per esempio: Purim è l’unica festa che si svolge fuori dalla Terra di Israele. Secondo, La Megilat Esther che si legge per questa festa, è l’unico libro della Torah dove non è citato Dio! In nessun modo. Terzo, Purim è l’unica festa che comincia con un digiuno (taanit Esther). Perché cominciamo con un digiuno? Quarto, come festeggiamo Purim? Strani travestimenti, tanti cibi tipici della festa e molto alcol! Beviamo tanto, è una mitzvah quella del bere!!! Quinto, sempre quando c’è una festa aggiungiamo una preghiera speciale – si chiama Hallel. La aggiungiamo per ogni festa, fuorché per Purim! Perché? Sesto, chi ha dato il nome a questa festa? Mordechai? Esther? Dio? No! Haman Harasha – il cattivo Haman! Inoltre, celebriamo Purim nel giorno in cui Haman ha fatto la scelta sbagliata. Vi immaginate: festeggiare Pesach per ricordare il giorno in cui il Faraone ha deciso di uccidere gli Ebrei??? E magari pure la Hanukkah di Antioco??? Si è una festa molto strana. Continue reading

Chanukkah da una prospettiva più profonda – Il nome e il suo significato

hneisz5x__w415h250q85Rav Yitzchak Rapoport

L’interpretazione di Rav Levi Yitzhak di Berdyczow (1740-1809)

Levi Yitzhak di Berdyczow, attira la nostra attenzione sulla parola “chanukkah” e sui suoi possibili significati. Il significato di “chanukkah” è, nella sua essenza, “inaugurazione”, anche se i commentatori trovano in questa parola l’acronimo nascosto: “hanu k’’h” – hanno riposato il 25 (di Kislev) – –חנו כ”ה חנוכה . Chanuka, quindi, va capita in questo contesto come: “hanno riposato il 25”. Rav Yitzhak Levi pone la domanda – perché esiste una simile asimmetria tra il nome Chanukkah e il nome Purim? Se Chanukkah ha preso il suo nome dal giorno in cui il miracolo è accaduto, allora perché Purim non si chiama “chanu-jud-daled” – חנו י”ד – hanno riposato il 14 (di Adar) – visto che questa è la data dell’avvenimento di Purim? Continue reading

Purim: bere per ringraziare Haman?

Immagine 

 

 Purim è certamente la festa Ebraica dal messaggio più moderno e tragicamente più vicino a noi. Gli ebrei di Shushan ci somigliano, raccontano in modo straordinario di una identità ebraica in Diaspora, in bilico tra culture diverse, di una identità che conosce poco orgoglio e molta assimilazione. Purim illumina in maniera singolare vite ebraiche che non hanno forze espressive reali, ma si nutrono di volontà di carriera e di emulazione all’interno del mondo non ebraico.  Gli ebrei di Shushan sono separati, lontani gli uni dagli altri, indifferenti al senso della propria storia e del destino comune del proprio popolo. Lontana la terra di Israele dagli eventi di Purim, lontana concettualmente prima ancora che geograficamente, talmente lontana che per Shachrit non recitiamo l’Hallel, i salmi festivi di lode. Gli ebrei di Shushan vivevano sicuri nelle loro case, erano certi delle loro posizioni sociali, culturali, economiche all’interno del regno di Assuero. Certi e poco propensi a pensare alle proprie origini: gli ebrei di Shushan credevano in Mordechai e nella classe ebraica dirigente che sedeva a palazzo più di quanto credessero ebraicamente in se stessi e nella loro storia millenaria. La cronologia degli eventi storici intorno la Meghillà racconta molto più di quanto si possa immaginare. Nel 370 a.e.v.. Ciro il Grande Re di Persia ordinò la ricostruzione del Bet HaMikdash, 70 anni dopo la profezia di Geremia che annunciò la sua distruzione. Nel 369 a.e.v. salì sul trono Assuero che immediatamente fermò la costruzione del Bet Hamikdash. Quanti furono gli ebrei che accolsero l’invito contenuto nell’editto di Ciro e risposero alla chiamata politica ed identitaria verso la terra di Israele? Solo il 15% per cento degli ebrei  emigrò verso Gerusalemme, la maggioranza restò in Diaspora temendo l’insicurezza politica ed economica di Israele e preferendo la tranquillità sociale persiana. Una tranquillità che nel 357 a.e.v subisce il tentativo di legale distruzione ad opera di Haman, Per una comunità come quella di Shushan la persecuzione significò paura, terrore, pericolo di vita ma anche trauma culturale. Per persone che vivevano come persiani, che avevano nomi persiani, vite persiane, valori persiani essere identificati come ebrei fu un trauma profondo. Per una regina come Ester, che nascose la propria ebraicità altrimenti non sarebbe stata accettata a palazzo come insegna Ibn Ezra, il vero terrore passò prima di tutto per un serio ritorno a se stessa ed una dichiarazione pubblica di ebraicità e dopo per la salvezza del proprio popolo. Mordechai stesso non era “visibilmente” ebreo ed Haman deve chiedere informazioni ad altri per sapere quale fosse il popolo di colui che lo offendeva non inchinandosi. Ed anche questo inchino rifiutato da parte di Mordechai ad Haman andrebbe interpretato più come un rifiuto politico che come un atto di orgoglio religioso. Il trauma persecutorio risveglia, loro malgrado, l’identità dei nostri padri in Persia ed i versetti che descrivono il primo vero dialogo “ebraico” tra Mordechai ed Ester sono tra i più commoventi e significativi in tutto il Tanach. Mordechai richiama Ester ai suoi doveri di regina e di ebrea, avendo però ritrovato la fede in una salvezza che sarebbe giunta agli ebrei “anche da altra parte” (Ester 4,14).  Ester risponde al richiamo da ebrea e da regina, comandando che gli ebrei di Shushan si riuniscano insieme, socialmente e spiritualmente, digiunino, preghino, tornino a se stessi e questa sarà la nuova forza per la regina che dovrà presentarsi, senza invito, di fronte ad Assuero per chiedere la salvezza ebraica anche a rischio della propria vita.( Ester 4, 16) La Meghillà, insegnano i maestri, non può essere letta al contrario perché cosi facendo non si esce d’obbligo. Eppure la Meghillà è un testo che racconta un percorso sociologicamente “al contrario”. Gli ebrei di Shushan assimilati e sicuri delle loro conquiste economiche ed identitarie, in altri termini sicuri della loro assimilazione, tornano a se stessi ed al proprio popolo, abbandonando, a causa delle persecuzione, parte delle loro sicurezze. Il dramma sta proprio nella persecuzione che fu il primo motore della teshuvà di Ester, Mordechai e della loro generazione. A Shushan le leggi antiebraiche divennero, tragicamente, parte della stessa identità ebraica. Scrive Elena Loewenthal nel pamphlet “Contro il giorno della Memoria” che: “l’identità ebraica sente le persecuzioni subite come un abnorme incidente storico, non certo come un destino necessario.” Magari questo fosse vero per le percezioni identitarie di molti ebrei contemporanei, persone per le quali la persecuzione è essa stessa base dell’identità ebraica e per molti di loro senza Haman non ci sarebbe stata teshuvà, consapevolezza ebraica ed orgoglioso ritorno. Forse per questo i nostri maestri ci invitano a Purim a bere fino a non saper distinguere tra “Benedetto sia Mordechai” e “Maledetto sia Haman”: i nostri maestri si rendono conto che bisogna perdere un po’ della propria sana ed ebraica lucidità per poter accettare l’idea che l’abnorme incidente storico chiamato Haman ha, suo malgrado,  svegliato le coscienze degli ebrei di Persia.