Pesach a febbraio? Lo shabbaton a Varsavia prepara i partecipanti polacchi al Seder di quest’anno

E’ stato un freddo Shabbat di febbraio, ma per un gruppo di giovani ebrei polacchi dev’essere già sembrato di essere a Pesach. Infatti è stato organizzato per i sei partecipanti, all’ostello Oki Doki di Varsavia, uno shabbaton invernale per prepararli a tenere il Seder di Pesach tra due mesi.

Lo shabbaton è stato il primo del nuovo programma chiamato Arevim, organizzato dall’emissario di Shavei Israel in Polonia, Rav Yehoshua Ellis. Lo scopo del programma è quello di preparare dei rappresentanti delle comunità ebraiche più grandi a visitare quelle più piccole che non hanno ancora un rabbino.

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Lo Shabbaton è iniziato un giovedì sera e ha compreso seminari per la preparazione in tutto del Pesach: dalla matzà, al maror, a come far diventare la casa casher per le feste,  e come far scorrere bene un Seder – forse cosa più importante di tutte – affinchè sia interessante e importante per i membri della comunità, con una diversa preparazione (o mancanza di questa).

Shabbat si è focalizzato su “integrazione e creazione di un senso di scopi comune”, ha spiegato Tzivia Kusminsky, capo del dipartimento per gli ebrei “nascosti” della Polonia di Shavei Israel. Ma vi era ancora tempo per una sessione più intrigante di Pesach: i segreti Kabalistici del Seder – tenuta alla sinagoga di Nozyk a Varsavia. La sera del sabato, un Seder Modello si è svolto.

I sei partecipanti del programma Arevim condurranno i loro seder a coppie. Due sono di Cracovia, altri due di Lodz, e l’ultima coppia vive a Varsavia e Breslavia.

Il gruppo avrà ancora un incontro prima di Pesach – all’evento Limud Polonia di marzo.

Il programma di leadership Arevim è sponsorizzato dalla Comunità ebraica di Polonia, dal JDC, dal Rabbino Capo della Polonia e da Shavei Israel.

Alziamo un bicchiere – anzi no, facciamo quattro bicchieri – e diciamo lechaim per i nuovi giovani leader ebraici polacchi!

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Parashat Bo – Perché è importante la relazione tra le generazioni?

di Rav Eliahu Birnbaum

La Torà nella sua completezza, con tutte le mitzvot, leggi pratiche e teoriche, fu donata al popolo di Israele solo nel momento in cui esso arrivò ai piedi del Monte Sinai, ma quattro mitzvot furono imposte precedentemente. Il primo precetto fu quello del “pru urbù”, siate fertili e moltiplicatevi, comandato da Dio stesso ad Adamo ed Eva, in seguito venne il “brit milà”, il patto stabilito tra Dio e Abramo per tutte le generazioni successive, attraverso la circoncisione, poi il “guid hanashe” (la proibizione di mangiare il nervo del muscolo posteriore degli animali) ed in questa nostra parasha, per ultimo, il popolo di Israele riceve l’ordine di compiere il “korban pesach”, ovvero il sacrificio di un agnello, prima di rompere il laccio della schiavitù ed il legame con l’Egitto.

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A ciascun membro del popolo di Israele è dato questo precetto che comporta una autentica sfida: l’agnello, animale sacro per gli egiziani, doveva essere preso, custodito per tre giorni in casa di ogni ebreo e sacrificato davanti allo sguardo degli egiziani. Alla fine, il rituale prevedeva anche l’obbligo di consumare tutta la carne dell’agnello e per questo era necessaria la partecipazione di varie famiglie ebraiche ad ogni sacrificio.

A partire dal korban pesach nasce la simbologia della mensa ebraica come elemento di coesione religiosa e culturale. La famiglia ebraica si siede intorno alla tavola e il nutrimento che lo spirito riceve non è minore di quello che riceve il corpo con il cibo che viene ingerito.

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Il messaggio ebraico dell’inverno

di Rav Yitzhak Rapoport

Ci troviamo adesso nel periodo invernale, un periodo di “riposo” dai chaghim (feste). L’anno secondo la Torah inizia in primavera, assieme alla festa di Pesach e finisce in autunno con Sukkot e Sheminì Atzeret. Abbiamo ovviamente Hanukkah e Purim, le feste istituite dai Rabbini, però si sente in un certo modo una forma di vuoto durante l’inverno.

Vorrei quindi spiegare il messaggio di questo vuoto invernale riguardo alle feste.

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 Photo di Nati Shohat/Flash90 

Come già detto in precedenti articoli, la parola “festa” non esiste in ebraico. I “chaghim” non sono “feste” come le si intendono in occidente. Il termine non è connesso ad un concetto di santità o di qualcosa di eccezionale. La parola ebraica “chag” significa “ruota” e si riferisce al carattere di unità e solidarietà nel quale la festa dovrebbe essere celebrata quel giorno, che porta così un significato unico nella storia del nostro popolo. A Pesach HaShem ci ha liberati dalla schiavitù in Egitto. A Shavuot abbiamo ricevuto la Torà sul Monte Sinai e abbiamo portato, ogni anno, un cesto pieno di frutti al Tempio di Gerusalemme. Per Sukkot ci ricordiamo della fede e fiducia dei nostri antenati per HaShem, che sono usciti nel deserto e hanno vissuto in capanne (Sukkot) per ordine di HaShem. Uno degli scopi di ogni chag, è quello di unire il popolo ebraico attorno alla nostra storia comune. Per questo motivo, la Torah usa il termine “chag”, cioè ruota, che in realtà non ha molto a che fare con la parola “festa”.

Il “chag” viene nella Torà chiamato anche “reghel”, che significa pellegrinaggio a Gerusalemme. L’unità di un popolo si raggiunge al meglio nel luogo che è il più importante per la storia di quella nazione. Il Monte del Tempio a Gerusalemme, dove oggi si trova la moschea, è il luogo più importante per la storia del nostro popolo. Sul Monte del Tempio, Abramo e Isacco hanno avuto la loro prova di fede: quando HaShem ha detto ad Abraham, che deve donare in offerta suo figlio Yitzhak sull’altare. Il Monte del Tempio a Gerusalemme è anche il luogo dove il nostro avo Yaakov ha avuto il suo sogno della scala, che unisce la terra al cielo. Yaakov successivamente ottiene il nome Israel da HaShem. Israel, che è il primo e più vero nome del Popolo Ebraico, cioè “figli di Israele”.

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Come vivere a testa alta – Parashat Emor

Rav Eliahu Birnbaum

1_169213569In questa parashà ci viene insegnata una formula che richiama l’Ebraismo al suo dovere di mantenere viva la speranza, in modo tale che l’uomo non soccomba nella routine. Ogni persona del popolo di Israele ha il dovere di contare quarantanove giorni dalla seconda notte di Pesach fino a Shavuot per dirigersi alla fine verso il Tempio e presentare le offerte dei Bikkurim , delle primizie.

Il conteggio dell’Omer, delle sette settimane tra Pesach e Shavuot ha certamente un significato pratico per il mondo agricolo: la fine delle sette settimane coincide infatti con il momento della raccolta ed è per questo che a Shavuot le primizie, i “Bikkurim” sono offerte nel Tempio. Ma il conteggio dell’Omer lega e vincola altresì la festa di Pesach con Shavuot, l’uscita dall’Egitto con il dono della Torà: “sefirat haomer” è, di conseguenza, simbolo di un processo incancellabile che si trova al centro tra la libertà fisica e la redenzione spirituale.

Comprendiamo da questo passaggio che la redenzione spirituale non può mai essere istantanea e deve trascorrere un certo periodo affinché venga avvertita come ovvia la sua necessità. Un popolo non può vivere senza una identità culturale, senza una morale, senza leggi, senza precetti, senza norme, senza una coscienza collettiva: sono tutti elementi che accompagnano la mera liberazione fisica ma che necessitano di essere elaborati interiormente. Continue reading

Il tempo in cui si conta l’Omer

Di Rav Yitzhak Rapoport

847-300x225Abbiamo da poco finito di festeggiare Pesach, la festa che segna il raggiungimento della libertà da parte del nostro popolo. Liberi dall’essere schiavi, liberi dall’essere oppressi. Ma è questa la reale e definitiva libertà? Sappiamo bene che la risposta è negativa. Sappiamo che esattamente 50 anni dopo essersi conquistati la libertà, i nostri antenati si trovarono sul monte Sinai e sentirono la voce di Dio, ottennero la Torah, e stabilirono il patto. E’ durato 50 anni il processo di cambiamento interiore, da schiavi appena liberati, persone che non potevano prima di allora decidere della propria sorte, a uomini realmente liberi, maturi e capaci di raggiungere la vera definizione di libertà – unirsi cioè alla volontà di Dio. 50 giorni per passare dal più basso grado di libertà, cioè “essere liberi di non dovere far niente”, al raggiungere il più alto grado di libertà, cioè “essere liberi di potere fare qualcosa”. Durante questi 50 giorni siamo obbligati a contare ogni giorno (contare l’Omer), e assieme alla crescita dei giorni, cresce anche la nostra voglia di riottenere la Torah, per la festa di Shavuot. Dovrebbe quindi essere un momento gioioso nel nostro calendario. E’ veramente così? A prima vista ci dovrebbe sembrare così. Per i primi 33 giorni dell’Omer è vietato farsi la barba e tagliarsi i capelli. Non si organizzano matrimoni e non si ascolta la musica. Si osserva il lutto per la morte dei 24mila studenti di Rav Akiva, morti circa 1900 anni fa. Se osserviamo bene la storia ebraica possiamo notare che anche altre tragedie sono accadute durante l’Omer. Secondo alcune fonti le crudeli crociate degli anni 1096 e 1146 in Renania, durante cui molti ebrei vennero uccisi, si svolsero proprio durante i giorni del conteggio dell’Omer. Altre fonti riportano che i terribili massacri di Chmielnicki, iniziati nel 1648, durarono fino all’Omer. Non è quindi difficile capire il legame spirituale che esiste tra i primi giorni dell’Omer e le successive tragedie accadute al popolo ebraico in questi giorni. L’uomo è particolarmente portato alle ricadute nei periodi di passaggio. Durante l’Omer siamo come adolescenti – liberi da uno stretto controllo dei genitori, ma non così maturi da poter essere liberi appieno, per unirsi al proprio destino. Non deve quindi stupire come questi “giorni adolescenziali” siano stati un periodo difficile della storia ebraica, diventando quindi tradizionalmente giorni di lutto e tristezza. Continue reading

Quest’anno a Kaifeng

Di Tzuri (Heng) Shi

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Gli ebrei di Kaifeng si preparano per Pesach studiando l’Haggadah

Il mio nome è Heng Shi, sono un ebreo cinese, nato e cresciuto nella città di Kaifeng, sulle rive del Fiume Giallo, assieme a centinaia di abitanti di Kaifeng che discendono dagli ebrei della città.

Adesso vivo a Gerusalemme, usando il mio nome ebraico Tzuri.

Gli ebrei hanno vissuto a Kaifeng per più di mille anni. I nostri antenati erano ebrei sefarditi che viaggiando lungo la Via della Seta, si stabilirono in Cina, con la benedizione dell’imperatore della dinastia Song. Costruirono una sinagoga, che funzionò per 700 anni, grazie a rabbini che preservarono le tradizioni dei nostri antenati.

Alla fine del XIX secolo, a causa dell’assimilazione e dei matrimoni misti, l’esistenza della comunità giunse alla fine.

L’anno scorso, Pesach è ritornata a Kaifeng. Per la prima volta, dal XIX secolo, abbiamo avuto il nostro primo reale, significativo Seder, organizzato da Shavei Israel da Gerusalemme. Era la prima volta in 200 anni che un ebreo cinese, vi teneva un seder tradizionale.

Anche se abbiamo provato negli anni precedenti ad avere un Seder, l’anno scorso per la prima volta abbiamo avuto un pasto rituale, comprendendo appieno il suo significato.

Decine di discendenti della comunità ebraica cinese si sono riunite attorno alla tavola, e siamo rimasti svegli fino a tarda notte parlando della storia di Pesach, del Seder, e di cosa significhi per noi ebrei cinesi.

Diversi anni fa, Michael Freund, presidente di Shavei Israel, a portato me e altri sei ebrei di Kaifeng nello Stato Ebraico, dove abbiamo imparato l’ebraico e l’ebraismo. Due anni fa, ho completato la mia conversione presso il Rabbinato Centrale d’Israele, assieme agli altri sei uomini.

Abbiamo deciso di fare aliyah.

L’anno scorso sono ritornato in Cina, per tenere il seder. Sentivo di dovere portare alla mia famiglia e ai miei amici quello che avevo imparato.

La notte di Pesach, più di 50 discendenti degli ebrei di Kaifeng si sono riuniti presso il Centro Ebraico di Shavei Israel a Kaifeng. Abbiamo distribuito Haggadot in ebraico e inglese ai partecipanti, assieme a una traduzione cinese.

Abbiamo cantato le canzoni tradizionali (con accento cinese, ovviamente!), bevuto le quattro coppe di vino, e accolto il profeta Elia.

Il chazan della nostra comunità, Gao Chao, che ha una voce meravigliosa, ha imparato molti dei canti della tradizione occidentale. Allora, un uomo anziano, ha raccontato del suo ricordo da bambino, prima della rivoluzione culturale, su come i suoi genitori macellassero un animale mettendo il sangue sugli stipiti, per Pesach, ma non ne conosceva la ragione. Quando gli ho mostrato il versetto, nel libro dell’Esodo, dove si dice che gli ebrei fecero la stessa cosa migliaia di anni fa, prima dell’uccisione dei primogeniti egiziani, ne fu scioccato.

Nella cultura cinese, rispettare i propri antenati è una cosa molto importante. Studiando l’Haggadah e le esperienze dei nostri trisavoli, ci siamo sentiti molto connessi alla storia ebraica.

La parte più emozionante è stata alla fine, quando abbiamo cantato “L’anno prossimo a Gerusalemme”. Molti degli anziani hanno cominciato a piangere, poiché è un loro sogno di andare nella Città Santa e vivere lì. Purtroppo, a causa di questioni burocratiche, sono impossibilitati a farlo.

Nella mia vita “L’anno prossimo a Gerusalemme”, è diventato reale. Anche se mi sarebbe piaciuto passare Pesach in Israele, ora è il mio turno di dedicarmi alla comunità.

Sento che la comunità ebraica di Kaifeng ha tuttora bisogno di me. Quest’anno terrò di nuovo il Seder a Kaifeng. E sembra proprio che ci sarà più folla dell’anno scorso.

Tzuri (Heng) Shi, 29 anni, vive a Gerusalemme.

Quest’articolo è anche apparso in The Jewish Week.

Pesach – che tipo di libertà è?

imagesDi Rav Yitzhak Rapoport

Chiamiamo Pesach la chag ha-cherut – festa della libertà. HaShem ha liberato gli ebrei dalla schiavitù in Egitto, donando loro la Torah, con le sue 613 mitzvot. Questo si chiama libertà? Uno schiavo costretto al duro lavoro ovviamente riesce ad apprezzare la sua liberazione, ma le sue sensazioni, per noi che viviamo 3300 anni dopo, hanno qualche senso? Non siamo mica costretti a niente noi!
Dobbiamo capire che la libertà non è oggettiva – la quintessenza della libertà è uno stato mentale ed emotivo. Una persona, che si trova spesso sotto stress a causa della mancanza di denaro, della sua scarsa educazione ecc., ugualmente non è una persona libera. E’ uno schiavo delle sue necessità, quindi uno schiavo mentale. E non importa se si tratti di una dipendenza dalle sigarette o da qualsiasi altra cosa. Qualsiasi urgenza o desiderio fanno della persona uno schiavo. Continue reading

Ricordare (ciò che fummo) per essere liberi

7216m4y35b1vqxrexq7Rav Pinchas Punturello

Nel primo atto dell’opera “Madama Butterfly” di Giacomo Puccini quando il console americano Sharpless interroga la giovane Butterfly sulle sue origini e sul perché ella sia poi diventata una geisha, con orgoglio e dignità ella risponde: “Di famiglia assai prospera un tempo”. Le amiche confermano facendo suonare il loro: “Verità” e la Butterfly, conscia che i propri interlocutori non le credono aggiunge: “Nessuno si confessa mai nato in povertà. Non c’è vagabondo che a sentirlo non sia di gran prosapia. Eppur conobbi la ricchezza. Ma il turbine rovescia le quercie più robuste e abbiam fatto la geisha per sostentarci…”

L’onestà l’orgoglio della Butterfly non trovano sempre corrispondenza nella storia dei popoli e nelle leggende che accompagnano le loro origini, poichè tutti i popoli ma anche singoli individui, cedono alla logica della “gran prosapia” e consegnano al mondo narrative di grandi eroi e grandi lignaggi avuti come padri ed antenati, finanche dei e divinità pagane. Continue reading

Ricordare di essere liberi.

Il Seder di Pesach nei suoi ritmi e nelle sue quattro fasi e quattro coppe di vino si rifà al symposium greco-romano. Storicamente però l’analogia tra banchetto romano e Seder di Pesach si è mutata con la distruzione del Secondo Tempio nel 70 dell’E.V. Fino a prima della distruzione del Tempio il rito pasquale aveva come elemento centrale il korban pesach, il sacrificio pasquale, quindi, come nel simposio romano, solo alla fine del pasto, alla comissatio, si apriva una vera e propria discussione e riflessione sui testi, sulla cena e sul racconto dell’Esodo.  In un certo senso il Seder prima della distruzione del Tempio aveva una sua logica temporale che i Maestri hanno poi capovolto: è infatti molto più logico che solo alla fine del pasto si ponessero le quattro domande del “Ma Nishtana”, perché solo dopo aver mangiato ci si rende conto che sulla tavola c’è solo matzà e non chametz, che si mangia solo il maror, che si intinge la verdura due volte e che si mangia stesi sul triclinio. Perché i Maestri hanno capovolto i tempi del Seder ed hanno anticipato il racconto all’inizio del pasto e non più  alla sua fine? Di fatto al nostro Seder, da circa duemila anni, manca l’elemento centrale ovvero il korban pesach, la vera mitzvà che caratterizzava il Seder dei nostri padri ed il racconto diviene di fatto l’elemento centrale, sia dal punto di vista educativo che da quello storico.  Noi raccontiamo prima, ricordiamo prima, studiamo prima e poi mangiamo. Noi poniamo le domande prima ancora di agire, perché di fatto le nostre azioni, dopo la distruzione del Tempio sono limitate e prendono il loro senso solo nel ricordo e nella immedesimazione con la liberazione dalla schiavitù e l’uscita dall’Egitto. Oggi noi non abbiamo più la possibilità di mettere in pratica la mitzvà del sacrificio pasquale ed il Tempio è distrutto, però  possiamo e dobbiamo  investire tutte le nostre energie spirituali nel racconto, nello studio dell’evento storico della formazione e della liberazione del nostro popolo. L’empatia, la solidarietà, la condivisione identitaria, l’immedesimazione nella memoria della libertà sono gli elementi che caratterizzano oggi il nostro Seder di Pesach e sono oggi l’essenza della mitzvà che compiamo durante il Seder stesso.

Scrive rav Yosef Dov Solovietchik zzl: “L’organizzazione del Seder, la sera di Pesach è dedicata nella sua essenza a rinnovare l’esperienza dell’uscita dall’Egitto mentre nel resto dei giorni dell’anno noi abbiamo l’obbligo di ricordarla quotidianamente nelle nostre preghiere.” Il rinnovamento della memoria e dell’esperienza della memoria della libertà sono le caratteristiche degli eventi di Pesach: durante l’anno ne celebriamo il ricordo,a Pesach siamo parte dell’evento e non del ricordo. La sera del Seder le persone riunite intorno al piatto con erba amara, matzot,  zampa d’agnello, uovo, charoset e carpas non sono solo dei celebranti ma sono studiosi, sono una comunità che studia, insegna, riflette e forma se stessa attraverso la lettura dell’Haggadà. “Nel Seder celebrato nel contesto comunitario l’individuo condivide con il suo prossimo non solo i suoi beni materiali bensì anche se stesso, il suo tesoro spirituale, le sue idee, le sue esperienze, le sue aspettative e speranze. La comunità della sera del Seder è una comunità che studia, insegna, che si comporta secondo la dimensione più alta dell’amore. […] Per creare una Comunità di questo tipo sostengono i nostri maestri ci dovranno essere parole di Torà in ogni pasto. ( Mishnà, Pirkè Avot 3,3.)” ( Rav Y.D. Solovietchik zzl) La vera sfida in vista della preparazione per Pesach non è solo la kasherut e la impegnativa preparazione fisica alla festività con la eliminazione del chametz, la più alta sfida intellettuale ed identitaria di Pesach è cogliere il pieno significato dell’essere liberi, dell’essere parte reale dell’evento storico e del sentire il legame con il nostro passato collettivo non perché discendenti di schiavi perseguitati ma perché figli di uomini e donne liberati da Dio per divenire un popolo responsabile.

 “Quando noi dichiariamo “ in ogni generazione” noi sottolineiamo il nostro legame intimo con il passato e l’esperienza retrospettiva dell’ evento passato, come se noi stessi  ne avessimo preso parte. Questa relazione rispetto alla storia ci obbliga a lodare e ringraziare il Padrone dell’Universo. Francamente questa halachà è difficile da rispettare. Non è così difficile mangiare maza o maror. “ In ogni generazione” però non è una mitzva legata al cibo, è una sensazione, un sentimento, uno stato d’animo. Noi dobbiamo risvegliare i nostri sentimenti e sentire una qualsiasi vicinanza alla storia ebraica. Questa è la partecipazione dell’uomo moderno vivente rispetto ad avvenimenti antichi nel tempo. La mitzvà di fatto più complicata”.(Rav Y.D. Solovietchik zzl). La preparazione fisica a Pesach non può non tener conto della grande sfida halachica che ci attende: “Ricordare non per essere liberi, ma ricordare di essere ebraicamente liberi.