Parashat Ki Tissa – Commento video di Rav Pinhas Punturello

Il nuovo commento del nostro Rav Pinhas Punturello alla Parashà Ki Tissa.

Shabbat Shalom!

Parashat Ki Tissa – Responsabilità

di Rav Pinhas Punturello

Il tempo del ritardo di Moshè che è stato fonte di panico per gli antichi ebrei in attesa del loro maestro ai piedi del monte Sinai, è stato di sole sei ore secondo l’interpretazione dei maestri del Midrash.

In sole sei ore il popolo cade in preda al panico e perde se stesso e la missione per la quale era stato liberato.

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Nel piccolo vuoto temporaneo che si era creato il popolo ha un disperato bisogno di un capo, la psicologia della massa ha una necessità assoluta di una guida anche se fittizia ed inutile come quella del vitello d’oro.

Di fronte alla paura dell’assunzione delle proprie responsabilità ci sono persone e gruppi umani che preferiscono la delega ad altri piuttosto che l’azione in nome proprio, poco importa se il delegato sia un fantoccio creato con le nostre mani come una statua forgiata con il nostro oro.

In maniera veloce ed impressionante il popolo in preda all’angoscia, per altro inutile, si rivolge ad Aaron e chiede una nuova guida incurante del fatto che la loro nuova guida potrebbe essere lo stesso Aaron, fratello di Moshè e futuro Cohen Gadol, Sommo Sacerdote. Una sostituzione naturale oltre che autorevole e di grande valore.

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Parashat Terumà – Come si costruisce un’identità collettiva

di Rav Eliahu Birnbaum

“Dì ai figli di Israele che mi prendano un’offerta per tutti gli uomini che diano di cuore” ordina Dio a Moshé. “Offerte di argento, di rame, di lana tinta…e mi costruiranno un santuario…” Verrebbe spontaneo chiedersi: “Per quale motivo Dio ha bisogno che il popolo partecipi e contribuisca alla costruzione del santuario?” Ma, come accade di solito quando si ricercano risposte semplici, una tale domanda confonderebbe il tema con la risposta. Non è Dio che ha bisogno della collaborazione né ha bisogno di santuari, ma sono il popolo e i singoli individui che lo compongono, che ne hanno bisogno, che di fatto soffrono per la mancanza di elementi materiali a cui aggrapparsi, di azioni che tendano a rafforzare una coesione e che li identifichino come gruppo esistente.

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La collaborazione economica di ogni individuo è stata sempre e continua ad essere un mezzo efficace per valutare ed eventualmente consolidare il livello di impegno delle persone con l’ identità collettiva alla quale appartengono. Questo impegno che deve essere costantemente riaffermato, “ognuno secondo le sue possibilità”, in modo che si possa stabilire una comunicazione del gruppo con il Creatore, in modo che sia tangibile la possibilità di dialogo tra un intero gruppo umano ed il suo Redentore.

Non è sufficiente il “naase venishma” il “faremo e ascolteremo”, pronunciato ai piedi del Monte Sinai, occorre una prova che renda percettibile lo sforzo collettivo attraverso il quale rendere palese l’impegno di ogni membro della congregazione.

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Parashat Bo – Perché è importante la relazione tra le generazioni?

di Rav Eliahu Birnbaum

La Torà nella sua completezza, con tutte le mitzvot, leggi pratiche e teoriche, fu donata al popolo di Israele solo nel momento in cui esso arrivò ai piedi del Monte Sinai, ma quattro mitzvot furono imposte precedentemente. Il primo precetto fu quello del “pru urbù”, siate fertili e moltiplicatevi, comandato da Dio stesso ad Adamo ed Eva, in seguito venne il “brit milà”, il patto stabilito tra Dio e Abramo per tutte le generazioni successive, attraverso la circoncisione, poi il “guid hanashe” (la proibizione di mangiare il nervo del muscolo posteriore degli animali) ed in questa nostra parasha, per ultimo, il popolo di Israele riceve l’ordine di compiere il “korban pesach”, ovvero il sacrificio di un agnello, prima di rompere il laccio della schiavitù ed il legame con l’Egitto.

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A ciascun membro del popolo di Israele è dato questo precetto che comporta una autentica sfida: l’agnello, animale sacro per gli egiziani, doveva essere preso, custodito per tre giorni in casa di ogni ebreo e sacrificato davanti allo sguardo degli egiziani. Alla fine, il rituale prevedeva anche l’obbligo di consumare tutta la carne dell’agnello e per questo era necessaria la partecipazione di varie famiglie ebraiche ad ogni sacrificio.

A partire dal korban pesach nasce la simbologia della mensa ebraica come elemento di coesione religiosa e culturale. La famiglia ebraica si siede intorno alla tavola e il nutrimento che lo spirito riceve non è minore di quello che riceve il corpo con il cibo che viene ingerito.

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Parashat Vaerà – Respiro corto

di Rav Pinhas Punturello

I motivi per i quali le parole di libertà proclamate da Moshè non sono ascoltate dai benè Israele sono definiti in Esodo 6, 9 come “duro lavoro e respiro corto”: “E disse Moshè così ai benè Israel, ma essi non lo ascoltarono a causa del duro lavoro (avodà kashà) ed il respiro corto (kotzer ruach).”

Nelle note in ladino dell’edizione del Chumash di Pisa del 1771 così è commentato il senso del kotzer ruach: “Cortidad de espirito”.

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Ramban interviene immediatamente con il suo commento e ci assicura che i benè Israel non mancavano di fede, ma non riuscivano ad ascoltare le parole di Moshè e la speranza di libertà perché erano schiacciati dal peso della loro realtà di schiavitù, vivevano nella paura, con il respiro corto di quello che sarebbe potuto loro accadere in schiavitù: erano schiavi nella realtà, ma anche schiavi della loro percezione della realtà. In altre parole avevano perso la capacità di guardare oltre la loro disperazione.

Or HaChaim, Rabbi Chaim ben Attar, coglie il senso di questa disperazione reale ed identitaria e lo porta ad un livello diverso. I benè Israel avevano un respiro identitario corto perché avevano perso il loro legame con la Torà, con la fonte della nostra storia e della nostra identità spirituale e quotidiana. La Torà amplia il cuore dell’uomo afferma l’Or HaChaim ed i benè Israel avendo perso il proprio legame quotidiano con la Torà, avevano perso la capacità di avere un cuore ampio oltre gli stretti confini della schiavitù.

Sforno aggiunge che i benè Israel non riuscivano a porre il loro cuore nella giusta prospettiva per osservare la realtà dei fatti.

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Pareri soggettivi per un valore oggettivo – Shelach Lecha

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Rav Eliahu Birnbaum

In questa parashà vengono definiti i successivi quaranta anni del popolo di Israele nel deserto. Durante gli eventi nel deserto viene alla luce molto chiaramente il criterio che definisce chi sarà capace di arrivare a vivere in libertà e chi non lo sarà. Di conseguenza è proprio in questa parashà che si determina il futuro di tutta una generazione: chi morirà nel deserto e chi invece giungerà a vivere nella terra di Israele.

Moshè mettendo in pratica le istruzioni di Dio, invia una delegazione di dodici uomini a scoprire le caratteristiche della Terra di Israele prima che vi giunga tutto il popolo. Si tratta dei capi delle dodici tribù che non partono per proprio volontà, ma che sono inviati. Non si tratta di spie come quelle che verranno inviate in seguito da Yeoshua (Giosuè). Questa è una delegazione diplomatica che non si nasconde e che dovrà riportare più tardi informazioni di carattere militare.

Gli inviati devono giungere alla terra e osservarne le caratteristiche, devono vedere le sue città, gli uomini che le abitano, di quali armi dispongono, per poter poi informare Moshé e tutto il popolo di quello che hanno visto. I delegati portano a termine la loro missione: al loro ritorno consegnano le loro informazioni, chiare ed obbiettive, senza alcuna distorsione. L’informazione è positiva. Continue reading

L’appartenenza ad una identità collettiva – Parashat Vaikrà

Rav Eliahu Birnbaum

vayikraIl libro di Vaikrà, terzo nell’ordine in cui è divisa la Torà, comincia insegnando i differenti tipi di sacrificio che dovevano essere offerti a Dio da parte di tutto il popolo di Israele.

All’inizio della nostra parashà ci imbattiamo in una espressione molto particolare che non ha nessuna analogia possibile nel resto della Torà: “E chiamò Moshé e parlò l’Eterno dal Santuario dicendo: Parla ai figli di Israele e dì loro: “Chiunque voglia fare una offerta all’Eterno, tra gli animali…prenderà la sua offerta”. Dio ha parlato a Moshé dal Santuario.

Generalmente la Torà si esprime in questo modo: “E parlò Dio a Moshé…”; questa è l’unica occasione nella quale, nonostante l’infinita potenza della voce divina, ad ascoltare Dio c’era solo Moshé e solamente quando entrava nel Santuario trasportabile del deserto. Continue reading

Parashat Vayaqel-Pequdè

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Rav Pinchas Punturello

Dobbiamo ammettere che la parashà di Pequdè può essere ripetitiva ed a tratti risultare noiosa: un lungo elenco di tutti i materiali che furono impiegati nella costruzione del Mishkan, un lunghissimo e dettagliato elenco del quale non capiamo a prima lettura lo scopo, il senso profondo e la necessità. Moshè, la grande ed impareggiabile guida del popolo ebraico, il maestro che mai sarà superato nella storia del nostro popolo, perché ha sentito il dovere di offrire agli ebrei una così precisa e pignola lista? C’è un timore alla base di questa puntuale esposizione che ci lascia perplessi. Moshè è espone ogni dettaglio, ci fornisce ogni minimo uso di ogni minima quantità di materiale per un solo motivo: ha usato offerte pubbliche e deve renderne conto pubblicamente. Ci saremmo aspettati che Moshè, servo di Hashem, fosse al di sopra di ogni sospetto, perché chi mai potrebbe sospettare di lui? La questione non è il sospetto e nemmeno la purezza e l’onestà di Moshè che non sono in discussione, l’insegnamento di questa parashà e del comportamento di Moshè è profondo e di una modernità straordinaria. Moshè offre una contabilità pubblica e puntuale per non dare a nessuno la più lontana possibilità di sospetto, ma anche per dimostrare che chi ha una carica pubblica deve agire con una maggiore trasparenza ed onestà proprio nei confronti del pubblico da lui diretto ed amministrato. L’onestà, il buon nome, la fama e la riconoscenza del pubblico non bastano. Non possono bastare e non sono garanzia di una libertà da critiche. Per piacere a “Dio ed agli uomini” (Prov. 3,4) bisogna amministrare la cosa pubblica come se si vivesse in una casa di vetro, come se le stesse mura delle scuole, delle sinagoghe, delle comunità, delle yeshivot che amministriamo e che gestiamo per nome e conto di tutti, siano di vetro, trasparenti e fragili. Ci racconta la Mishnà nel trattato di Shekalim (3, 1-2) che quando prima delle festività di Pesach, Shavuot e Sukkot bisognava entrare nella sala del Tempio di Gerusalemme dove erano conservate le monete delle tasse annuali, colui che entrava a prendere il denaro non vestiva né mantello né tunica con maniche, né scarpe né sandali affinché non avesse nessun luogo dove poter nascondere anche una sola moneta. Il mantello, le maniche, le scarpe, i sandali sono i simboli della nostra stessa attitudine al potere, ai ruoli dirigenziali, alle cariche pubbliche. Sono i luoghi dei quali dovremmo liberarci per offrire al pubblico un servizio puro, limpido, senza sospetti e senza fonti di sospetto, un agire che abbia il Cielo come confine e l’uomo come meta.

Quando si confonde la sicurezza con l’inerzia – Parashat Ki Tissà

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Rav Eliahu Birnbaum

Prima di salire sul Monte Sinai, Moshè avverte il popolo di Israele che vi resterà per quaranta giorni e quaranta notti, ovvero per il tempo in cui il Creatore gli donerà la Torà che egli dovrà insegnare al Suo popolo.

“E Moshé tardò…” dice la Torà ed il Talmud interpreta che il ritardo fu di non più di sei ore: secondo il calcolo del popolo Moshè avrebbe dovuto discendere all’alba, invece non apparve fino alla metà del giorno. Furono sufficiente sei ore fugaci per fare in modo che si consumasse una delle più grandi tragedie spirituali della storia del popolo di Israele. Avendo necessità di sicurezza, un popolo che conservava la propria indole di schiavo, dovette crearsi una divinità priva di volontà propria, che agisse su comando di coloro che l’avevano creata, fingendo di governare ed indirizzare. Continue reading