Gli Ebrei di Bukara

Ebrei Di Bukara nel 1890

Ebrei Di Bukara nel 1890

Il termine “Ebrei di Bukara” si riferisce agli ebrei dell’Asia Centrale dell’entità politica del Di Bukara, quelli di Samarcanda, e della Valle di Fergana. Oggi, la regione è divisa tra le ex Repubbliche Sovietiche dell’Uzbekistan, Tagikistan, e Kirghizistan.

Secondo la tradizione degli Ebrei di Bukara, sarebbero discendenti di una delle Dieci Tribù Perdute di Israele, esiliate dagli Assiri nell’VIII sec. p.E.V., in particolare da quella di Naftali e di Issachar.

Un’altra tradizione sosterrebbe che gli Ebrei di Bukara possono far risalire le loro origini fino alla conquista di Babilonia da parte di Ciro, re di Persia, nel 539 p.E.V. In ogni caso gli Ebrei di Bukara sono considerati uno dei gruppi etnico-religiosi più antichi dell’Asia Centrale e nei secoli hanno sviluppato una loro distinta cultura.

Riguardo alla seconda ipotesi, i ricercatori hanno capito che gli Ebrei hanno vissuto in Persia fino al 331 p.E.V., quando Alessandro Magno soggiogò il re Sogdiano – Sopitamene e conquistò la regione. Alla morte improvvisa di Alessandro nel 323 p.E.V., i Seleucidi presero il controllo, seguiti dai Parti, che ristabilirono l’Impero Persiano.

I Parti diedero agli ebrei la cittadinanza ebraica e permisero loro di professare l’ebraismo liberamente. Sotto il regno dei Parti, le comunità Bukhara fiorirono. Nel 224 E.V., però, i Sassanidi conquistarono la regione. Fecero del Zoroastrismo la religione principale e cominciarono a perseguitare gli ebrei per il loro rifiuto alla conversione. Alcuni Ebrei di Bukara si trasferirono nelle zone settentrionali e orientali della regione, a causa delle ostilità antiebraiche.

Durante l’espansione dell’Islam nel secoli VII e VIII, il controllo del Bukara venne spartito tra molti regnanti Arabi. Nell’874, i Samanidi presero il controllo e fecero di Bukara la capitale del loro impero. Furono abbastanza tolleranti verso gli Ebrei, anche se costrinsero tutti i non musulmani che non volevano convertirsi a pagare delle tasse molto alte. Agli ebrei venne concesso lo status di dhimmi, o “Infedeli Protetti”.

Nel 1219, i Mongoli, guidati da Gengis Khan, conquistarono di Bukara, saccheggiando e dando alle fiamme la città fino alle fondamenta, distruggendo la comunità ebraica di Bukara. Nel 1300, un nuovo leader – Timur, ricostruì Samarcanda e Di Bukara, e fece insediare gli Ebrei Persiani per lavorare come tintori e tessitori, per sviluppare l’industria tessile dell’impero. Si dice che si potesse riconoscere un Ebreo di Bukara per le sue mani tinte di viola. La comunità costruì una sinagoga che fu in uso per i successivi 500 anni. Gli Ebrei di Bukara in generale si facevano chiamare “Isro’il” (Israeliti).

Interno della Sinagoga Grande a Bukara, schizzo basato su una fotografia di Elkan Nathan Adler

Interno della Sinagoga Grande a Bukara, schizzo basato su una fotografia di Elkan Nathan Adler

Bukara passò per le mani di molti regnanti, dai Musulmani agli Uzbeki (nomadi Turchi) ed infine ai Russi. La storia più recente sulla comunità si trova qui e qui.

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I Rusape in Zimbabwe

Il Tabernacolo dei Rusape

Il Tabernacolo dei Rusape

Vi è una comunità di autoproclamati ebrei nel villaggio di Rusape, a circa due ore di strada da Harare, in Zimbabwe. I Rusape sostengono di essere ebrei spiritualmente, anche se non geneticamente, discendendo da una delle Tribù Perdute di Israele, esiliate dalla nostra Terra dagli Assiri nel 722 p.e.V.

Secondo il sito Jews of Africa, gli ebrei Rusape possono tracciare la loro recente incarnazione all’incontro del 1903, tra un ex schiavo americano – William Saunders Crowdy, che era stato anche pastore battista, e Albert Christian che portò gli insegnamenti di Crowdy, infine, in Sud Africa.

La comunità Rusape ha costruito il proprio “tabernacolo” a circa 7 km dalla cittadina, dove si riuniscono tutti insieme per pregare. Celebrano le stesse feste degli ebrei occidentali, studiano l’ebraico, e seguono le regole di vita ebraica, con origine nel Vecchio Testamento. La comunità conta diverse migliaia di persone.

Solomon Guwazah, della comunità Rusape, ha scritto una lettera al giornale The African Sun. Eccone qui un estratto:
“Noi crediamo che gran parte degli Africani (Neri) discenda di fatto dai primi Ebrei e quindi che la maggior parte dei Neri discenda dai 12 figli di Israele….Noi crediamo che la vera fede dei discendenti africani sia l’Ebraismo e non l’Islam, poiché l’Islam è la rivelazione dei discendenti di Ismaele”. Continue reading

La lasagna mediterranea di Grazia

Di Alessandra Rovati, The Jewish Week

Lasagna alle melanzane

Lasagna alle melanzane

Nell’arco della storia, intere comunità di Ebrei si sono “perse” a causa delle conversioni forzate e della graduale assimilazione. Tuttavia, in molti casi i loro discendenti si sono passati (più o meno segretamente) la conoscenza di regole speciali, rituali, nomi o più gustosamente, ricette, che li distinguevano dalle popolazioni attorno.

Negli ultimi anni, molte di queste tribù leggendarie e molti Ebrei nascosti, stanno cercando di fare un pieno ritorno al popolo ebraico. Dall’India alla Spagna, dal Portogallo al Brasile, dalla Cina all’Africa, dall’Italia Meridionale alla Polonia: innumerevoli persone stanno abbracciando uno stile di vita ebraico religioso – sia che abbiano già fatto un “ritorno” formale che una conversione, o meno.

Ovviamente, in questo processo, devono spesso ripensare al loro modo di mangiare. Il risultato è l’abbraccio di tradizionali usi culinari, o la creazione di nuovi. Continue reading

Gli Ebrei in Giappone

Per anni vi sono state speculazioni secondo cui, una delle Dieci Tribù Perdute sia migrata nella terra del Sol Levante. Mentre questa teoria viene spesso liquidata come bizzarra, vi sono nondimeno un numero interessante di fatti da notare.

Un festival chiamato “Ontohsai” si svolgeva il 15 aprile ogni anno e illustra la storia del sacrificio di Isacco del capitolo 22 della Genesi. Durante il festival, un ragazzo viene legato con una corda ad una colonna in legno, e sistemato su un tappeto di bambù. Un sacerdote scintoista gli si avvicina preparando un coltello e taglia una punta della colonna, ma a quel punto un messaggero (un altro sacerdote) arriva, e il ragazzo viene rilasciato. Dei sacrifici di animali vengono quindi offerti (75 daini con l’orecchio tagliato – pare che ci sia una connessione con il montone preparato da Dio e sacrificato dopo il rilascio di Isacco. Visto che il montone venne catturato nel bosco per le corna, l’orecchio si potrebbe essere tagliato).

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Tefillin giapponesi?

La tradizione del ragazzo si è mantenuta fino all’inizio dell’epoca Meiji. Masumi Sugae, uno studioso giapponese e uno scrittore di viaggi dell’epoca Edo (circa 200 anni fa), ha scritto un diario dei suoi viaggi, annotando cosa aveva visto a Suwa. Si parla nel dettaglio di “Ontohsai”. I suoi appunti sono custoditi presso il museo vicino a Suwa-Taisha.

Dietro al tempio di “Suwa-Taisha” vi è una montagna chiamata Monte Moriya (Moriya-san in giapponese). Gli abitanti dell’area di Suwa chiamano il loro dio “Moriya no kami”, che significa il “dio di Moriya. Questo tempio è stato costruito per onorare questo dio. Si dice che questo dio venga venerato da 78 generazioni. Moriah è il luogo nell’antica Israele dove Abramo portò Isacco per il sacrificio. Continue reading

Cuba

Come nelle altre isole Caraibiche, anche a Cuba i primi abitanti Ebrei sono arrivati con Cristoforo Colombo all’epoca dell’Inquisizione spagnola.

Ben Frank ha fatto molti studi a riguardo, sostenendo che i primi Anousim arrivarono nel 1492 – tra questi vi era Luis de Torres, che venne inviato da Colombo per spedizioni esplorative in cerca di oro. Non vi trovò oro, ma in cambio scoprì qualcosa che avrebbe riempito le casse del regno spagnolo: il tabacco. Torres successivamente si stabilì in Costa Rica.

Altri famosi Anousim che arrivarono con Colombo erano Juan de Cabrera sulla Pinta, e Rodrigo de Triana. Secondo Wikipedia, un altro ebreo – Francisco Gomez de Leon – venne posto davanti ad un tribunale dell’Inquisizione all’Avana. Venne poi giustiziato a Cartagena e il suo grande patrimonio fu confiscato. Continue reading

Purim: bere per ringraziare Haman?

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 Purim è certamente la festa Ebraica dal messaggio più moderno e tragicamente più vicino a noi. Gli ebrei di Shushan ci somigliano, raccontano in modo straordinario di una identità ebraica in Diaspora, in bilico tra culture diverse, di una identità che conosce poco orgoglio e molta assimilazione. Purim illumina in maniera singolare vite ebraiche che non hanno forze espressive reali, ma si nutrono di volontà di carriera e di emulazione all’interno del mondo non ebraico.  Gli ebrei di Shushan sono separati, lontani gli uni dagli altri, indifferenti al senso della propria storia e del destino comune del proprio popolo. Lontana la terra di Israele dagli eventi di Purim, lontana concettualmente prima ancora che geograficamente, talmente lontana che per Shachrit non recitiamo l’Hallel, i salmi festivi di lode. Gli ebrei di Shushan vivevano sicuri nelle loro case, erano certi delle loro posizioni sociali, culturali, economiche all’interno del regno di Assuero. Certi e poco propensi a pensare alle proprie origini: gli ebrei di Shushan credevano in Mordechai e nella classe ebraica dirigente che sedeva a palazzo più di quanto credessero ebraicamente in se stessi e nella loro storia millenaria. La cronologia degli eventi storici intorno la Meghillà racconta molto più di quanto si possa immaginare. Nel 370 a.e.v.. Ciro il Grande Re di Persia ordinò la ricostruzione del Bet HaMikdash, 70 anni dopo la profezia di Geremia che annunciò la sua distruzione. Nel 369 a.e.v. salì sul trono Assuero che immediatamente fermò la costruzione del Bet Hamikdash. Quanti furono gli ebrei che accolsero l’invito contenuto nell’editto di Ciro e risposero alla chiamata politica ed identitaria verso la terra di Israele? Solo il 15% per cento degli ebrei  emigrò verso Gerusalemme, la maggioranza restò in Diaspora temendo l’insicurezza politica ed economica di Israele e preferendo la tranquillità sociale persiana. Una tranquillità che nel 357 a.e.v subisce il tentativo di legale distruzione ad opera di Haman, Per una comunità come quella di Shushan la persecuzione significò paura, terrore, pericolo di vita ma anche trauma culturale. Per persone che vivevano come persiani, che avevano nomi persiani, vite persiane, valori persiani essere identificati come ebrei fu un trauma profondo. Per una regina come Ester, che nascose la propria ebraicità altrimenti non sarebbe stata accettata a palazzo come insegna Ibn Ezra, il vero terrore passò prima di tutto per un serio ritorno a se stessa ed una dichiarazione pubblica di ebraicità e dopo per la salvezza del proprio popolo. Mordechai stesso non era “visibilmente” ebreo ed Haman deve chiedere informazioni ad altri per sapere quale fosse il popolo di colui che lo offendeva non inchinandosi. Ed anche questo inchino rifiutato da parte di Mordechai ad Haman andrebbe interpretato più come un rifiuto politico che come un atto di orgoglio religioso. Il trauma persecutorio risveglia, loro malgrado, l’identità dei nostri padri in Persia ed i versetti che descrivono il primo vero dialogo “ebraico” tra Mordechai ed Ester sono tra i più commoventi e significativi in tutto il Tanach. Mordechai richiama Ester ai suoi doveri di regina e di ebrea, avendo però ritrovato la fede in una salvezza che sarebbe giunta agli ebrei “anche da altra parte” (Ester 4,14).  Ester risponde al richiamo da ebrea e da regina, comandando che gli ebrei di Shushan si riuniscano insieme, socialmente e spiritualmente, digiunino, preghino, tornino a se stessi e questa sarà la nuova forza per la regina che dovrà presentarsi, senza invito, di fronte ad Assuero per chiedere la salvezza ebraica anche a rischio della propria vita.( Ester 4, 16) La Meghillà, insegnano i maestri, non può essere letta al contrario perché cosi facendo non si esce d’obbligo. Eppure la Meghillà è un testo che racconta un percorso sociologicamente “al contrario”. Gli ebrei di Shushan assimilati e sicuri delle loro conquiste economiche ed identitarie, in altri termini sicuri della loro assimilazione, tornano a se stessi ed al proprio popolo, abbandonando, a causa delle persecuzione, parte delle loro sicurezze. Il dramma sta proprio nella persecuzione che fu il primo motore della teshuvà di Ester, Mordechai e della loro generazione. A Shushan le leggi antiebraiche divennero, tragicamente, parte della stessa identità ebraica. Scrive Elena Loewenthal nel pamphlet “Contro il giorno della Memoria” che: “l’identità ebraica sente le persecuzioni subite come un abnorme incidente storico, non certo come un destino necessario.” Magari questo fosse vero per le percezioni identitarie di molti ebrei contemporanei, persone per le quali la persecuzione è essa stessa base dell’identità ebraica e per molti di loro senza Haman non ci sarebbe stata teshuvà, consapevolezza ebraica ed orgoglioso ritorno. Forse per questo i nostri maestri ci invitano a Purim a bere fino a non saper distinguere tra “Benedetto sia Mordechai” e “Maledetto sia Haman”: i nostri maestri si rendono conto che bisogna perdere un po’ della propria sana ed ebraica lucidità per poter accettare l’idea che l’abnorme incidente storico chiamato Haman ha, suo malgrado,  svegliato le coscienze degli ebrei di Persia.

Tu Bishvat, Festa degli alberi o festa dell’uomo?

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Tu Bishvat, il Capo d’anno degli alberi, è apparentemente solo una festività della Natura, il giorno  della rinascita deli alberi e della loro fioritura  dopo l’inverno. Le fonti di TuBishvat sono nel Talmud: “ il 15 di Shevat è il Capo d’Anno degli alberi.” Si trattava di un confine agricolo legato alle decime ed alle offerte per il Tempio.   Esistono  però anche delle similitudini tra la festa dell’albero e quella dell’uomo, come è detto che “l’uomo è un albero del campo” ( Deuteronomio 20, 19) e per questo il 15 di Shevat può anche essere considerata la festività della rinascita dell’uomo.

In che modo possiamo paragonare l’uomo all’albero e cosa possiamo imparare sul significato di Tu Bishvat?

E’ interessante che nelle nostre fonti spesso troviamo paragoni tra l’albero e l’uomo:

  • “poiché l’uomo è come un albero del campo” ( Deuteronomio 20, 19)
  • “poiché i giorni dell’albero sono come i giorni del mio popolo” ( Isaia, 65, 22.)
  • “ Come un albero piantato su corsi d’acqua” ( Geremia 17, 8)

Cosa vogliono insegnare questi versetti?

In apparenza sembrerebbe che il paragone più esatto, per il genere umano,  sia quello con il regno animale piuttosto che con il regno vegetale. Eppure esiste un contesto più significativo che rende il mondo vegetale più simile all’uomo rispetto al mondo animale: la maggior parte degli animali camminano su quattro zampe o strisciano o nuotano, in genere quindi vivono in maniera orizzontale, mentre sia l’uomo che i vegetali, entrambi vivono in posizione verticale ed eretta e crescono verso l’alto.

La posizione verticale dell’uomo non è una caratteristica marginale quanto una struttura fondamentale della nostra coscienza.

 L’albero del campo, che con pazienza ed insistenza si sviluppa verso l’alto e fa fiorire i suoi rami ai lati, ricorda la misura della crescita dell’uomo.

L’albero ha quattro parti: radici, fusto, rami e frutti. Le radici sono nascoste sotto terra e assorbono i materiali nutritivi, il fusto è il corpo principale dell’albero e lo fa crescere verso l’alto, i rami si sviluppano verso i lati ed infine, nel caso di alberi da frutto, l’albero produce appunto i frutti che permetto ad altri di nutrirsi.

Esistono poi 4 elementi  dei quali l’albero ha necessità per crescere e svilupparsi: la terra, l’acqua, l’aria ed il fuoco ( il sole). Gli uomini hanno anche loro necessità degli stessi elementi.

La terra, si deve  piantare l’albero nella terra, in maniera orizzontale. La terra gli fornisce il nutrimento necessario alla crescita ed anche un posto per lo sviluppo delle radici. La cosa ha lo stesso senso anche per l’uomo. I nostri saggi ci insegnano nel Talmud, che un uomo che ha rami molto ampi, ma non ha radici forti nella terra “un vento forte può capovolgerlo”. L’uomo ha bisogno di radici forti per poter affrontare i venti potenti. Da ciò deriva la necessità di essere connessi alla tradizione, alla storia, alla comunità in modo tale che l’uomo abbia una base solida.

L’acqua, l’acqua piovana viene assorbita dalla terra ed attraverso la struttura delle radici, arriva al fusto dell’albero, ai rami ed al resto. Senza acqua l’albero si rinsecchirebbe e morirebbe. Anche l’uomo ha bisogno di acqua, sia dal punto di vista fisico che spirituale. Di una bevanda esterna che sazi sia il corpo che l’anima. L’uomo non può dissetarsi dall’interno, da solo…ha bisogno di educazione, di uno studio e di ispirazione sterne.  Come l’albero ha bisogno dell’acqua.

Aria, l’albero ha bisogno di aria per esistere, aria che contenga ossigeno, del quale l’albero ha bisogno per respirare e della anidride carbonica per il ciclo della fotosintesi. In una atmosfera senza equilibrio, l’albero  soffoca e muore. Anche l’uomo ha bisogno di ossigeno. E’ interessante notare che in ebraico la parola “anima” ha radice nella parola “respiro”…come adire che l’anima ha bisogno anche di respirare…l’uomo ha bisogno dell’energia contenuta nell’aria per svilupparsi, per collegarsi con la realtà e la vita.

Fuoco, l’albero ha bisogno anche di fuoco, ovvero la luce del sole, per esistere. L’energia solare assorbita attiva il processo della fotosintesi una reazione chimica primaria per lo sviluppo dell’albero. Anche gli uomini hanno bisogno di fuoco, di calore per poter esistere. Sia che si tratti di calore della famiglia, sia delle buone relazione con la società o dell’abbraccio della Comunità, del suo popolo.

 Mi sembra che questo sia il compito della comunità nella storia ebraica e nel mondo moderno: preoccuparsi che l’uomo ebreo abbia intorno a se i quattro elementi che gli permettano una crescita spirituale, culturale, sociale ed identitaria.  La comunità deve preoccuparsi che l’uomo abbia terra e radici, acqua biologica ed acqua spirituale, aria che lui possa respirare per esistere ed essa deve anche preoccuparsi che lui abbia calore umano e sociale. 

Se una comunità riesce a fornire i propri “servizi” in questa maniera, allora potrà avere successo nel far vivere e far crescere uomini e donne ebrei eretti come alberi, che sono fieri della loro ebraicità, che sanno affrontare in maniera eretta ogni vento che vorrebbe abbatterli, uomini e donne che hanno radici, fusti, rami e frutti. 

 

Buona festa degli alberi e dell’uomo.