Cos’è un Tempio se non una concessione di Dio alle necessità dell’uomo? – Parashat Tetzavé

Rav Eliahu Birnbaum

משכן1Non è irrilevante, in un’epoca nella quale non abbiamo il Bet HaMikdash, studiare i particolari della Torà circa la costruzione ed il funzionamento del santuario. Il concetto ebraico riguardante il santuario è inevitabilmente legato alla concezione ebraica del “luogo”: il luogo nel quale si offre ciò che si possiede, uno spazio sacro nel quale ci si consacra per quello che si è. Al di là della distanza storica e, conseguentemente, psicologica che ci separa dal Mishkan e dalle regole relative alle offerte ed ai sacrifici, è necessario studiare il Mishkan, il santuario che i nostri antenati hanno costruito nel deserto, perché quelle pagine della torà contengono una infinità di insegnamenti che conservano intatto il loro valore fino ai nostri giorni.

Il Mishkan non era solo il centro della convergenza delle offerte rituali, bensì il fondamento della memoria del popolo. Un centro spirituale il cui scopo e la cui missione erano quelli di mantenere viva nel popolo di Israele la coscienza dei suoi legami e degli obblighi acquisiti ai piedi del monte Sinai. Il Mishkan era un santuario che il popolo portava con sé ovunque si recasse. Non è Dio a richiederlo ma sono gli uomini, perché sono stati loro a costruirlo quale strumento di comunicazione tra ciò che è puramente spirituale e l’esistenza quotidiana, umana, temporale. Continue reading

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L’uomo e la fede nel mondo moderno – Parashat Yitro

Rav Eliahu BirnbaumVitrail_de_synagogue-Musée_alsacien_de_Strasbourg

Dio allora pronunciò tutte queste parole: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra…” Esodo 20,2-4.

In questa parashà troviamo per la prima volta i Dieci Comandamenti. I Dieci Comandamenti che furono donati al popolo di Israele come parte dei loro precetti morali e religiosi. Il primo dei Dieci Comandamenti si riferisce alla fede in Dio. Questo primo comandamento afferma che la conoscenza di Dio è allo stesso tempo la negazione degli idoli.

In questo primo comandamento Dio si “presenta” al popolo di Israele insegnando il principio della fede in Dio. La sua presentazione è chiara e concisa: “ Io sono il tuo Dio che ti fece uscire dalla terra di Egitto…” Dio si presenta come il Dio della Storia, un Dio personale che è cosciente di quello che accade al suo popolo e non estraneo rispetto alla sua situazione. Continue reading

Il rapporto tra Uomo e Dio e la lettera Bet ב

Tracciare un rapporto tra il monoteismo e l’uomo, tra l’idea assoluta di D-o e l’umanità è un’impresa ardua che certamente non può essere racchiusa in una sola  conversazione.

Arduo è anche il tentativo di datare l’inizio storico di un rapporto uomo e divinità, uomo ed idea trascendente: l’uomo che iniziò a seppellire i propri morti accompagnandoli con rituali di saluto e prospettive oltre la morte quale idea aveva di D-o? Quale idea aveva della vita e della vita dopo la morte?

La tradizione ebraica spinge l’uomo a non tentare di indagare troppo l’inizio di tutte le cose, quel Principio che è prima parola della Genesi in nome di una analisi più profonda e costruttiva di ciò che è e non  di ciò che sarebbe stato o potuto essere. La stessa lettera ב  inizio della parola בראשית, in principio, appunto, ha una forma che dà le spalle a ciò che non era prima del principio stesso e copre ciò che è al di sopra di essa e sotto di essa: monito all’uomo di occuparsi a pieno di cose umane, unico luogo dove il suo operato può e deve essere costruttiva partecipazione alla creazione divina.

Il rapporto uomo D-o, almeno per il mondo occidentale, non può non passare per il testo sacro, per la תורה, la Bibbia.

Il primo uomo Adamo, ha un rapporto privilegiato con D-o: è il suo unico interlocutore ed unico figlio, non conosce bene e male e quando se ne rende conto, dopo la fatidica mela, non diventa un essere immondo e peccatore, perde solo l’innocenza primordiale della creazione, un processo che con le dovute differenze avviene per ogni creatura da Adamo ed Eva in poi.

D-o è l’interlocutore principale di tutti gli uomini delle prime generazioni dopo il giardino dell’Eden, ne è il custode ed il giudice: chiede a Caino la responsabilità per l’uccisione di Abele e contemporaneamente  lo segna con un marchio perché nessuno lo tocchi.

Nessuno sia vendetta umana in nome di D-o: non si uccide l’immagine di D-o e non si uccide in nome di D-o.

La storia umana attraverso il testo sacro, nelle sue prime pagine ha versi oscuri, complicati, ma  resta chiaro il distacco graduale del rapporto confidenziale e diretto Adamo – D-o: i discendenti di Adamo non riescono più a parlare con il Creatore e cominciano ad invocarlo come in Gen. Cap. 4 vv.26.

Il dialogo uomo D-o riprende con Noè, uomo che trovò grazia agli occhi del Signore,  prescelto che darà nuova vita al genere umano.

Uomo giusto sì, ma solo nella sua generazione, uomo passivo che non dialoga in realtà mai con D-o ne subisce e ne mette in pratica i comandamenti senza battere ciglio, né in bene né in male.

Solo dieci generazioni dopo, con Abramo, avremo un uomo realmente giusto che riprende con D-o un dialogo vero e dal punto di vista dialettico, migliore di quello di Adamo.

Abramo non cammina con D-o, cammina davanti a D-o: ancora prima che gli sia comandato il bene, fa del bene.

Di fronte all’avviso divino sulla distruzione di Sodoma e Gomorra ( Gen. Cap. 18 ) Abramo contratta con D-o la non distruzione delle città  in nome dell’eventualità della presenza di dieci giusti che non sarebbe stato accettabile uccidere insieme ai malvagi.

I dieci giusti non verranno trovati e le due città punite e distrutte, ma il tentativo di Abramo è meraviglioso come il silenzio di Noè di fronte alla prospettiva del Diluvio è egoisticamente mediocre, ecco perché Abramo avrà il merito di essere lui il padre del popolo monoteista per eccellenza, del popolo che sarà chiamato ai piedi del Sinai per il patto eterno, la missione non facile, tra lui e D-o: del popolo ebraico.

Da Abramo in poi, il rapporto tra l’umanità e D-o diventa rapporto tra figli di Abramo ed il loro

D-o: la storia universale diventa storia ebraica nel racconto, ma esempio di umanità nella realtà, perché proprio per il suo carattere così particolare la storia ebraica è paradigma di storia universale ed il rapporto tra gli ebrei,  i loro capi, le loro guide e l’ idea di D-o unico ed universale diventa essa stessa storia universale anche in nome dell’onestà del testo sacro.

La Bibbia, infatti, non nasconde ai posteri ed ai contemporanei nessuna delle debolezze umane, anzi le esalta così come esalta la capacità umana di ammettere e superare le debolezze stesse.

Da Abramo al più piccolo dei profeti o delle guide del popolo a nessuno, in nome dell’immensa democrazia e limpidezza del messaggio divino, è risparmiata la critica o la descrizione della propria piccolezza.

Mosè ha dubbi e istinti ribelli verso tutti: popolo ebraico, fratelli, D-o stesso, Giosuè è debole e solo, i profeti a Isaia, Elia, Geremia, sono a volte saccenti ed iracondi.

I Giudici, capi laici di Israele si ubriacano ed amano le donne come Sansone, come i re di Israele Davide e Salomone.

Ho detto capi laici, perché mai in Israele religione e governo si fusero in un solo uomo creando i drammi della storia che conosciamo.

Ma il limite umano non è per nessuno un ostacolo al dialogo con D-o, anzi a volte la materialità diventa un mezzo per l’esaltazione più puro di D-o stesso.

Così come il Tempio di Gerusalemme, luogo sacro tra i sacri non solo per gli ebrei, costruito sulla even shetyyia , la pietra angolare del mondo, poggiava le sue fondamenta sulla materia.

L’approccio alla materia diede ad essa la missione limpida di residenza della Shechinà, la presenza divina, un approccio di pace naturale poiché nessuna lama tagliò le pietre del Tempio ma solo una specie di scarabeo chiamato shamir diede forma e costruzione alla residenza divina.

Solo un re saggio come Salomone poté portare a compimento la costruzione del Tempio, poiché solo una saggezza di pace poteva iniziare e completare una tale opera.

La leggenda volle che in suo aiuto egli chiamò angeli e demoni, bene e male, su cui aveva pieno controllo.

Una leggenda.

 Una leggenda legata ad un re che con i suoi limiti umani toccò realmente il cielo, ma accumulò anche mogli e concubine, cavalli e ricchezza che ad ogni modo lo portarono ad allontanarsi dal messaggio divino.

Eppure nonostante i limiti, l’uomo Salomone, l’uomo  in quanto tale è il mezzo più elevato per arrivare a D-o o per allontanarsene.