Chanukkà: oltre le candeline

Di Rav Pinchas Punturello

L’impatto emozionale e storico della festa di Channukkà generalmente porta le nostre riflessioni lungo la strada della luce, di un mondo da illuminare, della lotta contro il buio.

Se da un lato l’idea dell’impegno della luce contro il buio è commovente, dall’altro rischia di scivolare in un buonismo pericoloso o in una sorta di momento collettivo, per il quale l’accensione delle channukkiot può perdere il senso della mitzvà, perdendo anche un altro grande insegnamento per l’intero mondo ed in particolare per la nostra generazione.

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Channukkà non è solo una festa religiosa, gli avvenimenti che la contraddistinguono sono storici, a tratti militari, ci raccontano la resistenza ad un potere maggioritario, quello ellenista, che tentò in tutti i modi e con ogni mezzo di inglobare e neutralizzare la cultura ebraica, la storia ebraica, il culto ebraico, in altre parole la nostra identità. Channukkà è una festa che è stata fonte di molte discussioni prima di essere accettata dai nostri maestri come mitzvà, come momento religioso “obbligatorio” da tramandare per le future generazioni del popolo ebraico e del mondo intero.

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I Maestri ci hanno mentito

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Anzi, diciamolo meglio, i Maestri hanno omesso un dolorosa verità quando ci hanno trasmesso la memoria degli eventi storici di Channukkà e dobbiamo capire il perché di questa omissione, se vogliamo cogliere l’essenza della festa.

Le tradizioni popolari Ebraiche  ci raccontano gli eventi di Channukkà in maniera quasi infantile, come fossimo bambini, proteggendo la nostra innocenza e selezionando la memoria dei fatti.

Un posto centrale nel racconto storico di Channukà in Shabbat 31b è occupato dal miracolo dell’olio quando i Maestri affermano senza mezzi termini che: “Quando i Greci entrarono nel Santuario resero impuri tutti gli oli che si trovavano in esso e quando la casa reale dei Chasmonaim ebbe il sopravvento e li sconfisse cercarono nel Tempio e non trovarono se non una ampolla d’olio che aveva ancora il sigillo del Sommo Sacerdote. Essa però conteneva olio sufficiente per accendere un solo giorno: avvenne un miracolo e accesero con esso per otto giorni. L’anno successivo stabilirono che questi giorni fossero giorni di festa con inni di lode e ringraziamento.” Continue reading

Coraggio: un grido dal Palazzo Steri di Palermo.

Particolare di uno dei graffiti del Palazzo Steri. Notare la scritta: "Coraggio".

Particolare di uno dei graffiti del Palazzo Steri. Notare la scritta: “Coraggio”.

Non è facile entrare nella Storia, ma è ancora meno facile rispondere alle grida silenziose che la Storia ti urla educatamente in faccia. Passeggiando per Palermo, nei giorni tra il 22 ed il 29 ottobre, ho scelto di visitare lo Steri, il palazzo Chiaromonte-Steri che dal 1601 al 1782 fu sede del tribunale dell’Inquisizione per la Sicilia. L’intera passeggiata  a Palermo evocava ad ogni mio passo suoni e presenza antiche e moderne, legami storici e personali, con una città  che resta uno dei luoghi più affascinanti e testardamente eleganti della nostra Italia. L’intera storia del mediterraneo è scritta nelle pietre di Palermo, nei ciottoli, nella vegetazione, nei fiumi sotterranei della città, nelle botteghe degli artigiani, nei mestieri antichi che ancora resistono e che sono stati portati a Palermo dai greci, dagli ebrei, dagli arabi, dai normanni, dai fenici, dai bizantini…in una parola dal mondo intero. Mentre quindi il mondo intero mi accompagnava nel Palazzo Steri, alto imponente, fortezza che fu casa dei nobili Chiaromonte e che divenne casa dell’Inquisizione,  un potere meno nobile ma molto più spietato, freddo, crudele e capace di tenere sotto assedio morale e sociale l’intera Sicilia per più di trecento anni, perché tanti furono gli anni della tetra attività del Santo Uffizio Inquisitorio nell’Isola.

L’ottobrata siciliana rendeva l’ingresso nel cortile del palazzo piacevole, piazza Marina alle mie spalle aveva una luce meravigliosa e anche la campana che suonava ad ogni uscita di condannato al rogo sembra essere baciata da una luce benevola. Un gruppo di turisti giapponesi mi ha preceduto e mentre mi avviavo verso il cortile interno, luogo di impiccagioni e giustizia per il popolo, ho incontrato una giovane coppia…lui ha la barba…lei il capo coperto da un fazzoletto…lanciando una frase in ebraico ci siamo ritrovati ed ecco che non ero il solo ebreo  che visitiva con timore lo Steri. Per uno strano gioco di incastri tra la visita e gli impegni del rettorato che oggi ha sede nel palazzo, abbiamo visitato prima le segrete, le carceri più terribili, quelle destinate a chi era accusato di eresia.

La luce del caldo sole siciliano faceva a pugni con le parole della nostra guida che sottolineava come il buio fosse la costante presenza di ogni centimetro delle segrete. Il Buio era l’arma più potente dell’Inquisizione: il buio nelle relazione familiari, il buio del sospetto dell’accusa, il buio di un sistema spionistico che non escludeva nessuno, povero o ricco, nobile o plebeo, dal rischio di essere accusato ed imprigionato anche su indicazione del proprio fratello, amico, marito o moglie. Il buio di una accusa che contrariamente ad ogni diritto non veniva comunicata al prigioniero che giaceva così, solo, abbandonato, senza avere contatti con il mondo esterno e con il sospetto di essere stato denunciato da chiunque e per qualunque cosa: una bisnonna ebrea come anche solo uno sguardo romantico verso una luna piena. Un Buio quello della macchina dell’Inquisizione che ha colpito l’intera società siciliana in una progressiva e costante crescita delle vittime e della voracità, passando dalle persecuzioni sistematiche dei moriscos e dei conversos, musulmani ed ebrei costretti al Cristianesimo, fino alle persecuzioni per i calvinisti e luterani arrivando alle accuse di stregoneria  e magia nera per chiunque fosse una persona dotata di pensiero e spirito critico.

In una società concepita nel buio dell’Inquisizione non ci poteva essere spazio per la luce del pensiero, della tolleranza, della solidarietà, della fiducia, della reciprocità. L’unica luce che resta di quei secoli è rappresentata dai graffiti dei prigionieri sulle pareti: grida, lame di luce, anche fisica nelle terribili condizioni delle segrete. Questa luce va raccolta e custodita e per questo motivo che una nelle sere di Channukkà accenderemo la Channukkia a palazzo Steri, fino alla grande accensione dell’ultimo giorno della festa, grazie alla sensibilità del Magnifico Rettore di Palermo. Riprendiamo tra le mani la luce di chi nonostante tutto  non perse la propria umanità anche con le catene dell’Inquisizione alle braccia ed alle gambe. Faremo nostro il messaggio di un graffito tracciato sulle mure delle prigioni filippine che grida al mondo:  “Coraggio!”. Coraggio società siciliana, coraggio popolo ebraico di Sicilia, coraggio umanità tutta, coraggio mondo. Coraggio ed impegno, coraggio e luce: perché il Buio, qualunque sembianza oggi voglia avere, sia sempre sconfitto delle luci.