Parashà Shemoth – Ciò che definisce una nazione

di Rav Eliahu Birnbaum

Il libro di Bereshit ci ha fatto conoscere una serie di storie individuali di uomini e donne prototipi, le cui vite hanno segnato per sempre la loro discendenza ed hanno avuto grande influenza su di essa. Il libro Shemot che comincia con la parashà che porta lo stesso nome, non si riferisce più a singoli individui ma introduce il concetto di popolo, di un gruppo di individui che condividono una stessa identità.

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 «Allora sorse sull’Egitto un nuovo re……e disse al suo popolo: “Ecco che il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più forte di noi. Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che aumenti”». In questo punto, il termine “popolo” riferito ad Israele, appare per la prima volta, nella bocca del Faraone. Prima ancora degli stessi ebrei, è quindi un estraneo che riconosce l’identità comune di tutta la discendenza di Yaakov, il suo carattere di popolo. I discendenti di Israele avevano sin dal principio una quantità di elementi di coesione che offriva loro una comune identità, però è in uno momento ben determinato della loro evoluzione che si può affermare la nascita di un “popolo”: una identità collettiva nuova, che raggruppa tutti gli individui, senza annullarli, essendo tale collettività qualcosa di distinto dalla loro somma.

Il popolo, per funzionare come tale, deve essere definito tanto all’esterno – ovvero riconosciuto come tale dai suoi pari – quanto al suo interno, rendendo partecipe ognuno dei suoi membri, coscientemente e senza alcuna crepa, della identità collettiva.

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Gli Ebrei Karaiti in Crimea

L’Ebraismo Karaita (detto anche Caraismo) è un movimento eretico ebraico che riconosce solo la Bibbia come fonte autorevole, diversamente dall’ebraismo ufficiale che considera la Torà Orale (codificata nel Talmud) autorevole per tutte le decisioni inerenti alla legge ebraica. Gli storici pensano che il Caraismo sia nato a Baghdad nell’VIII sec. circa.

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“Kenesa” karaita (sinagoga) in Crimea

Il suo fondatore Anan Ben-David, deluso per essere stato ignorato nella scelta di una carica importante all’interno della comunità ebraica, decise di fondare una sua setta. Inizialmente il gruppo non fu numeroso, ma oggi si contano circa 30-50mila membri sparsi tra Israele innanzitutto, Turchia, Europa e Stati Uniti.

Una di queste comunità si trova oggi in Crimea, dove conta circa 800-1500 membri. La regione è nota per le ultime controversie tra Russia e Ucraina, ma i Caraiti vi sono già arrivati 700 anni fa con le migrazioni e conquiste Tartare. Vi sono documenti del 1278 su di una disputa tra Caraiti e Ebrei Rabbinici su quale calendario ebraico usare. La città di Chufut-Kale era il centro karaita più importante in Crimea.

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Agli Ebrei Karaiti venne concesso lo status di dhimmah, di minoranza protetta, all’interno dello stato musulmano turco. Così fu fino al XVII sec. quando cominciò una assimilazione più forte con la società turca; si cominciarono ad adottare nomi turchi e molti karaiti diventarono impiegati alla corte dei Khan.

Con il tempo i Karaiti popolarono anche la Lituania e il Regno di Polonia e Lituania. Nel XVI sec. la città di Troki divenne un importante centro spirituale karaita. E nel XIX sec. tutte queste zone entrarono a far parte dell’Impero Russo.

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Cimitero karaita

L’imperatrice Caterina La Grande permise loro di avere uno status differente dal resto degli Ebrei, non dovevano pagare le stesse tasse così alte, più libertà per quanto riguarda la scelta del luogo di residenza, e diede loro alcuni privilegi come il diritto di acquistare immobili o l’esonero dalla leva militare obbligatoria per gli Ebrei.

Nell’Ottocento, su richiesta della comunità Karaita, lo studioso di manoscritti Abraham Firkovich, sulla base di analisi su tombe karaite a Chufut-Kale e Mangup, concluse che la comunità era stata espulsa dagli Assiri da Israele già nel VI sec. p.e.v., ed era una delle Tribù Perdute di Israele che avevano vagato in tutto il Medio Oriente.

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Abbracciare con orgoglio le proprie radici ebraiche in Polonia

di Brian Blum

Krzysztof Sadowski non era scioccato quando sua nonna, tre mesi prima di mancare, ha rivelato alla sua famiglia di essere ebrea. Piuttosto “ero molto orgoglioso” ci dice, “perché sapevo di appartenere ad una nazione con più di 4000 anni di storia e una cultura molto profonda”.

La storia di Sadowski è emblematica della rinascita ebraica in Polonia. Nel momento in cui la generazione sopravvissuta alla Seconda guerra mondiale sta iniziando a mancare, sempre più persone rivelano alle nuove generazioni le loro origini nascoste ebraiche.

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Nel caso di Sadowski, fu sua bisnonna ad essere convertita al cattolicesimo, ma “non ha mai dimenticato chi fosse” ci dice. Anche se con dedizione trasmise l’eredità ebraica familiare a sua nonna, quest’ultima lo tenne nascosto. (“Erano gli anni del comunismo in Polonia e la gente aveva paura di parlare del periodo prima della guerra” racconta Sadowski). Per ironia, la nonna ha raccontato la verità alla sua famiglia durante una cena di Natale.

Sadowski è giovane, ha appena finito il liceo. Vive con i genitori nella cittadina di Opole, non lontano da quello che era una importante metropoli ebraica – Breslavia, e a tre ore di treno da Cracovia. Grazie al padre ferroviere, che gli procura “biglietti meno costosi” racconta sorridendo, si può recare spesso alla Comunità Ebraica di Cracovia, dove lavora il nostro emissario Rav Avi Baumol. Grazie a Shavei Israel, Sadowski vorrebbe anche visitare Israele, viaggio che lo emoziona molto.

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Parashat Vaichi -La parashà dei nonni e dei nipoti

di Rav Pinchas Punturello

Una delle cerimonie domestiche del venerdì sera, per l’inizio di Shabbat,  è la benedizione che i genitori impartiscono ai figli prima o dopo il kiddush, a secondo degli usi.

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Le parole con le quali i figli sono benedetti sono prese in prestito dal Libro della Genesi 48,20 per i figli maschi, mentre per le ragazze richiamano i valori delle nostre madri, Sarah, Rivka, Rachel e Leah e per tutti la benedizione si conclude con le parole della triplice birkat cohanim, invocazione sacerdotale, che ritroviamo in Numeri 6, 24-26 e che affermano: “Il Signore ti benedica e ti protegga, il Signore faccia risplendere il Suo volto su di te e ti conceda grazia, il Signore rivolga il Suo volto su di te e ti conceda pace.” La benedizione sacerdotale non ha bisogno di commenti, contiene in sé ogni possibile aspirazione di un genitore verso i propri figli e per questo, questa stessa benedizione, accompagna quotidianamente e per le feste il rito pubblico delle preghiere.

Ma cosa dicono e chi ha pronunciato le parole contenute in Genesi 48,20? “Che tu possa essere come Efraim e come Manasse.” E’ questa non la benedizione di un padre, bensì quella di un nonno, Yaakov, per i nipoti, i figli di Giuseppe, il figlio di Yaakov che era stato venduto come schiavo dai suoi fratelli, vivendo gran parte della sua vita in Egitto lontano dalla famiglia ebraica, sia lui che i suoi figli, Efraim e Manasse. Yaakov prima di morire e di impartire ad ognuno dei suoi figli una benedizione specifica e particolare, chiede a Yosef, il figlio prediletto ed il primo figlio della sua amata moglie Rachel, di presentarsi a lui con i suoi figli, i nipoti che lui non ha potuto educare secondo i valori di suo padre Isacco e di suo nonno Abramo. E’ significativo che alla vista di questi due ragazzi presumibilmente “egiziani” Yaakov chiede a Yosef: “ Questi chi sono?” (Genesi 48,8) Come a dire chi sono questi due ragazzi? A che cultura appartengono? Come li hai cresciuti? Risponde Yosef: “ Sono i miei figli che Dio mi ha dato qui”. E Rashi facendo un bel volo pindarico interpreta la frase di Yosef come se egli stesse dicendo: “Sono i figli che Dio mi ha dato con questa” che è il senso letterale del versetto in ebraico, dove “con questa” viene interpretato da Rashi come: “Con questa ketubbà, con questo documento matrimoniale” Come a dire che i suoi figli, seppur in Egitto e seppur in un contesto non ebraico, erano nati da una unione che ebraicamente esprimeva dei valori. Yaakov vuole però rinforzare questi valori e decide di inserire i suoi nipoti all’interno del proprio clan patriarcale, non come nipoti, ma come figli: “Questi tuoi due figli che ti sono nati nella terra d’Egitto prima che io venissi sono miei.” Così dice il patriarca a Yosef, esprimendo, da nonno, la preoccupazione che questi nipoti cresciuti lontani da lui sentano un legame meno forte con il loro retaggio ebraico, con il monoteismo, con il messaggio spirituale ereditato dai Padri. Questa di Vaichi è una parashà che parla di nonni e nipoti. Di nonni e nipoti ebrei nello specifico. Di nonni ebrei che si impegnano in prima persona per avere nipoti ebrei, non soltanto nominalmente, come sembra suggerire l’intervento di Yosef che mostra “documenti”, ma realmente, con una benedizione, con un gesto educativo, con il senso di una trasmissione millenaria. È significativo che a sentire questa esigenza sia il patriarca Yaakov, colui che ha avuto tutti figli che hanno continuato la strada paterna della fede monoteistica ed ebraica. Il patriarca che con il cambio di nome da Yaakov in Israel darà il nome al nostro popolo ed alla nostra terra, lui che ebbe non solo tutti i figli, ma anche i nipoti ebrei, segnando per sempre quello troveremo scritto nel Qohelet, nell’Ecclasiaste: “Il filo a tre capi non si spezza mai.” (Ecclesiastes 4,1) Dove, ovviamente, i fili sono le nostre generazioni, i nostri valori trasmessi per tre volte, da nonno a nipote, unica specie vivente, la nostra, dove i nonni possono e devono comunicare con i nipoti.

Vi presentiamo Rav Yeshayahu Bin Nun, il nuovo emissario di Shavei Israel in Brasile

di Brian Blum

 

Shavei Israel ha nominato Rav Yeshayahu Bin Nun come suo nuovo emissario. Rav Bin Nun servirà la comunità Bnei Anousim in Brasile. E’ la prima volta che un nostro emissario si occupa specificamente del Brasile. Nel 2004 avevamo inviato un nostro emissario, ma aveva anche il ruolo di Rabbino maggiore presso la storica sinagoga Kahal Zur Israel nella città di Recife.

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Kahal Zur è la più antica sinagoga delle Americhe, fondata nel 1636 dagli Ebrei espulsi dal Portogallo, trasferitisi in Olanda e da lì in Brasile. Nel 1654, dopo che i Portoghesi avevano conquistato il Brasile dagli Olandesi, alcuni degli Ebrei di Recife fuggirono nella “Nuova Amsterdam”, divenuta poi New York.

Rav Bin Nun, 36 anni, è nato nella capitale del Brasile, Brasilia, da una famiglia Bnei Anousim, e quindi conosce già bene la comunità che deve seguire…e studiare. Uno dei suoi compiti principali è di creare un data base delle comunità Bnei Anousim del paese.

Vi sono circa 30 differenti comunità Bnei Anousim in Brasile, ma l’esatto numero di persone e famiglie, l’organizzazione delle comunità, così come le infrastrutture, è quello che Rav Bin Nun deve esplorare.

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Parashat Vaigash – Le quattro tappe della vita umana.

di Rav Eliahu Birnbaum

Questa parashà contiene uno dei passaggi più significativi della Torà da cui possiamo imparare quale debba essere il comportamento dell’ebreo in esilio.

Yosef era giunto in Egitto come schiavo e, dopo sofferenze ed ingiustizie, arriva a conquistare la posizione più potente in quella nazione: da schiavo umiliato diventa un principe, un uomo temuto e rispettato da tutti. E’ la prima realizzazione che troviamo nella nostra tradizione, del sogno che ogni emigrante nasconde in sé, allorché comincia ad integrarsi in una nuova società.

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Fino alla fine della parashà precedente, Yosef era sempre stato descritto come un sognatore; ora diventa un amministratore efficiente, freddo e calcolatore. Solo ora, quando Yosef si rivede con i suoi fratelli, possiamo percepire la profondità delle sue emozioni, che in qualche modo ci rimandano al Yosef che abbiamo già conosciuto.

I fratelli di Yosef giungono in Egitto cercando provviste. L’atteggiamento di Yosef nei loro confronti è distante, severo, in alcuni momenti, vendicativo. Per cominciare li accusa di spionaggio e pretende come prova della loro innocenza la presenza di Biniamin, il suo fratello minore, l’unico figlio della sua stessa madre, Rachel. Uno dei suoi fratelli è rimasto in Egitto come ostaggio mentre gli altri sono ritornati da Canaan con Biniamin. All’arrivo di questi Yosef fa nascondere tra i suoi effetti personali una coppa del palazzo; in seguito la scopre, lo accusa di furto, tradimento, ingratitudine e ordina di incarcerarlo. Durante tutti questi avvenimenti vediamo un Yosef distante dalla sua famiglia, estraneo, indifferente, che in certo qual modo, cerca vendetta per le amarezze del passato. Il vincolo familiare gli sembra irrilevante, come se il legame di sangue, la vicinanza fisica vissuta durante l’infanzia, non fossero una ragione sufficiente per una profonda solidarietà e fraternità nel presente.

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Shavei Israel ha celebrato Chanukkà in tutto il mondo!

Tutte le comunità che Shavei Israel segue, sparse per il globo, hanno acceso quest’anno le candele di Chanukkà (alcuni privatamente, altri nelle strade delle loro città), cantato le canzoni tradizionali, mangiato i sufganiot (krapfen della Festa), e in generale illuminato il buio cielo di dicembre con tanta gioia!

Ecco qui le foto delle nostre splendide comunità in momenti di grande gioia!

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Articolo di giornale in cui si parla delle celebrazioni di Chanukkà dei Bnei Menashe

Cracovia, Polonia

Rav Avi Baumol ha acceso le candele con i bimbi dell’asilo.

Manipur, India

I Bnei Menashe di Manipur sanno sempre come celebrare con sfarzo di candele. E quest’anno non è stato diverso! Centinaia di persone hanno partecipato a Churachandpur e Mizoram.

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Chanukkà a San Nicandro in Puglia

di Ciro Moses D’Avino

Domenica 6 dicembre a San Nicandro Garganico è stata accesa pubblicamente, tra l’entusiasmo dei presenti, la prima luce della festa di Channukkah. Per l’evento sono giunti da Napoli alcuni membri della sede centrale della Comunità per condividere con i Sannicandresi un momento di vita ebraica: tra questi il Presidente Lydia Shapirer, i Consiglieri Gabriella Abbate e Ciro Moses D’Avino. Era anche presente un folto gruppo giunto da Milano dell’associazione Progetto Kesher, guidato da Rav Roberto Della Rocca e dal Consigliere della Comunità di Napoli Mimmo Pagliara. L’organizzatrice del gruppo Paola Boccia ha programmato come viaggio di quest’anno la visita alla Puglia ebraica, e una delle tappe della prima giornata è stata San Nicandro.

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Alla funzione nella piccola sinagoga traboccante di persone è seguita l’accensione della Channukkiah davanti ai locali comunitari. L’atmosfera già carica di gioia ha raggiunto il suo apice quando, dopo i canti tradizionali, le donne sannicandresi hanno offerto un ricco rinfresco a tutti i presenti con dolci della tradizione ebraica e pugliese.

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Grazia Gualano, guida della piccola comunità, nel suo intervento si è soffermata sulla necessità per questo piccolo gruppo di ebrei meridionali di non sentirsi abbandonati a loro stessi ed ha auspicato che simili momenti di incontro possano verificarsi periodicamente.

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Chanukkà: oltre le candeline

Di Rav Pinchas Punturello

L’impatto emozionale e storico della festa di Channukkà generalmente porta le nostre riflessioni lungo la strada della luce, di un mondo da illuminare, della lotta contro il buio.

Se da un lato l’idea dell’impegno della luce contro il buio è commovente, dall’altro rischia di scivolare in un buonismo pericoloso o in una sorta di momento collettivo, per il quale l’accensione delle channukkiot può perdere il senso della mitzvà, perdendo anche un altro grande insegnamento per l’intero mondo ed in particolare per la nostra generazione.

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Channukkà non è solo una festa religiosa, gli avvenimenti che la contraddistinguono sono storici, a tratti militari, ci raccontano la resistenza ad un potere maggioritario, quello ellenista, che tentò in tutti i modi e con ogni mezzo di inglobare e neutralizzare la cultura ebraica, la storia ebraica, il culto ebraico, in altre parole la nostra identità. Channukkà è una festa che è stata fonte di molte discussioni prima di essere accettata dai nostri maestri come mitzvà, come momento religioso “obbligatorio” da tramandare per le future generazioni del popolo ebraico e del mondo intero.

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I veri miracoli di Chanukkah

Di Rav Avi Baumol

 

Che cos’è un miracolo di Hanukkah?

La maggior parte di noi dirà che ha a che fare con l’olio, e che non si è consumato in otto giorni. Questi ci veniva insegnato quando eravamo bambini e così lo comprendiamo da adulti, e quindi percepiamo Hanukkah come un “festival delle luci”. Tutta la giornata gira attorno alla Menorah e l’accensione delle candele è qualche cosa di festivo. Ma suona un po’ superficiale, vero? Una festa solo per accendere candele e mangiare frittelle varie? Ci deve essere qualcosa di più, qualcosa che i nostri Saggi hanno voluto farci capire.

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Leggete attentamente la preghiera “Al ha-Nissim” (Per i miracoli), che si aggiunge all’Amidah e alla Birkat haMazon (benedizione dopo il pasto), durante i giorni di Hanukkah. Non vi si parla di nessun olio. Si parla invece di una lotta politica…Però bisogna ammettere che il Talmud si concentra sul miracolo legato all’olio. Nel Trattato Bavli Shabbat 21b si parla del miracolo di una brocca d’olio, bastato miracolosamente ad avere luce per otto giorni. Per questo i Rabbini hanno stabilito questo giorno come giorno festivo.

Perché allora questa festa ha una costruzione duplice? Perché non si può parlare solo di una cosa? Di che argomento si parla? Di olio, del Tempio, di una nuova benedizione e purificazione? O si parla di vittoria, lotta, miracolo militare, ritorno al potere? Ognuno di questi argomenti ha la sua fonte e si focalizza su qualcos’altro. Allora questa vera Hanukkah potrebbe farsi vedere e parlarci?

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