Parashat Lech Lechà

Rav Pinchas Punturello

W21232L’espressione grammaticale che accompagna un comando, in ebraico si poggia sul pronome personale rispetto a chi si rivolge il comando stesso. Per questo motivo troviamo sia nella parashà di Noach che nella parashà di Lech Lechà, il brano in Genesi 12, 1 che ci racconta della chiamata di nostro padre Abramo da parte di Dio, l’espressione “lechà” per te, con sensi e conseguenze profondamente diversi. In Noach, Genesi 6, 14, Dio gli comanda di fare “per sé” (עשה לך תבת עצי גופר “Fai per te un arca…”) un arca, un luogo di salvezza chiuso al mondo esterno dove la salvezza sarebbe sì giunta, ma sarebbe comunque stata un elemento indifferente al resto dell’umanità e del destino al quale andava incontro rispetto al Diluvio incombente. Vero è che la salvezza di Noach ha significato anche la salvezza del resto del genere umano a partire da lui, ma è anche vero che questa salvezza è stata vissuta da Noach suo malagrado, per volontà divina, seguendo un Dio che gli comanda la costruzione dell’arca, gli comanda di entrare in essa e, come ci racconta il Midrash in Bereshit Raba 34 1, sembra quasi che Noach sia chiuso nell’arca come un prigioniero che esce da essa solo dopo che interviene un altro comandamento divino ad imporglielo. Anche il commentarore medioevale Radak, Rabbi David Kimki, sottolinea come il “lechà” in Noach significhi: “Fatti un arca per te, secondo la tua propria volontà, che salverà te dal diluvio insieme al resto degli essere viventi che saranno con te.” Il “te” nella parashà Noach è un te che guarda a se stesso, un te egoistico, un te privato che ha conseguenze per il mondo perché così aveva deciso Dio, ma che non vede nessuna partecipazione umana alla redenzione. Non così per il “lechà” che accompagna il comandamento dato ad Abramo nostro padre per indicargli la partenza: “Parti per te…dalla tua terra, dalla tua famiglia, dalla casa di tuo padre verso la terra che ti indicherò” ( Genesi 12, 1) Così si rivolge Dio ad Abramo ed anche in questo caso l’elemento personale, “lechà”, è presente e reale. Ed anche in questo caso la partenza di Abramo avrà conseguenza sul mondo, in lui saranno benedette le famiglie della terra, ma lui, Abramo nostro padre, non è passivo nel suo ascoltare Dio. Abramo è partner di Dio e partecipa al progetto che lo vede chiamato, non lo subisce: Abramo non guarda solo se stesso quando parte, anzi è il mondo che guarda Abramo. Abbiamo quindi un “lechà” che nel caso di Abramo non significa chiusura, sguardo sul proprio ombelico, ma apertura e visione ad orizzonti aperti. Parte per sé Abramo, è vero, ma parte perché dal suo “sé” verrà cambiato il mondo, il rapporto tra uomo e Dio, la storia del monoteismo per sempre. Abramo, scrive il grande maestro spagnolo Itzhak Caro zio di Yosef Caro autore dello Shulchan Aruch, era come un piatto pieno di oli profumati messo in un cimitero e nessuno conosceva il suo magnifico profumo. Venne agitato e portato da un luogo ad un altro e finalmente il suo odore benefico si sparse nel mondo. Così avvenne: Dio porta Abramo via dal mondo idolatra che lo circondava ed ecco che cambia la storia del mondo, ma il profumo di Abramo non venne comandato da Dio, era già presente nel suo “lechà” prima ancora della partenza.

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