Gli insegnamenti della grammatica ebraica

Di Rav Yitzhak Rapoport

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Vorrei presentarvi due frasi che vengono spesso usate nel Tanach, che danno inizio a diversi racconti e frammenti, e sono: ve-haià e va-iehì.

La frase va-iehì significa “e a quel tempo”. La Torah orale insegna, che questa formulazione serve ad iniziare un racconto, che avrà in sé un elemento cattivo per i protagonisti.

Invece la frase ve-haià significa “quando sarà” e dà inizio al racconto che comprende la benedizione per i protagonisti. La frase va-iehì inizia qualcosa di cattivo e la frase ve-haià inizia qualcosa di buona.

Perché è così e non al contrario?

Analizziamo prima qualche esempio di questi casi:

Il Libro di Esther inizia con la frase va-iehì e racconta la storia di come il popolo ebraico sia stato quasi sterminato da Haman. In altre parole va-iehì inizia qualcosa di cattivo.

Il Libro Devarim capitolo 26 inizia con la frase ve-haià e racconta di come il popolo d’Israele sia destinato ad entrare in Terra d’Israele, lavorare questa Terra e farla rinascere. In altre parole: ve-haià inzia qualcosa di buono.

Torniamo ora alla nostra domanda. Per avere una risposta però, dobbiamo prima fare un’analisi grammatica delle due frasi.

Ambedue sono composte di due parti. La prima parte è la preposizione “ve” o “va”, che in italiano significa “e”. La seconda parte è la parola “iehì” che significa “sarà” o la parola “haià” che significa “era”. Vediamo quindi che la preposizione “ve” o “va” può cambiare il significato della parola che lo segue. La frase “va-iehì” dovrebbe significare “e sarà”, ma invece significa “e a quel tempo”. Questa frase parla, nonostante le apparenze del passato e non del futuro.

Lo stesso vale per la frase “ve-haià”. Sembrerebbe che debba significare “e era”. Invece è al contrario, singifica “e quando sarà”. In altra parole questa frase parla del futuro e non del passato.

Uniamo ora la nostra comprensione della grammatica con i messaggi sopra riportati. La frase “va-iehì”, che sembra riferirsi al futuro, ma in realtà parla del passato, inizia i racconti di cose cattive. Invece la frase “ve-haià”, che sembra riferirsi al passato, ma in realtà si riferisce al futuro, inizia i racconti sulle cose buone. Che cosa ci insegna tutto ciò?

Mi sembra che queste frasi ci diano lezioni per quanto riguarda i diversi approcci alla vita dell’uomo, in positivo come in negativo. Un approccio negativo è quello in cui ci culliamo nel costante sogno di un futuro migliore, invece di cominciare a lavorare sulle questioni del presente. Una persona che rimanda sempre tutto a un domani migliore, verrà alla fine distrutta dagli errori della vita quotidiana. Se lui non ha mai riparato questi errori, allora alla fine questi lo raggiungeranno. Così come non possiamo separare in lingua ebraica la frase “va-iehì”, l’uomo non può costantemente dividere la propria vita: non fare niente oggi, ma sperare solo in un domani migliore. Questo atteggiamento sarà l’inizio di qualcosa di cattivo.

Diversamente con la frase “ve-haià”. Nella sua interezza ci dimostra, che l’uomo non deve scappare dal suo passato, ma piuttosto deve aggiungere a questo e sulla sua base creare un futuro. In altre parole: un atteggiamento positivo.
Speriamo di averlo tutti.

Saluti da Gerusalemme
Rav Yitzhak Rapoport

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