Parashat Ree

Rav Pinchas Punturello

images“Se vi sarà qualche tuo fratello bisognoso in mezzo a te, in alcuna delle tue città del paese che l’Eterno, il tuo DIO, ti dà, non indurirai il tuo cuore e non chiuderai la tua mano davanti al tuo fratello bisognoso; ma gli aprirai generosamente la tua mano e gli presterai quanto gli occorre per venire incontro al bisogno in cui si trova.” (Deuteronomio 15, 7-8.)

Il popolo ebraico si prepara ad entrare in terra di Israele e le preoccupazioni di Moshè non sono né militari, né strategiche bensì morali: la società che sarà costruita in Eretz Israel non dovrà essere santa ma giusta, con standard morali alti ed una coesione sociale ineguagliabile e di grande forza.

Il versetto citato preso dalla parashà di Ree è una chiara istruzione in questo senso: non solo il fratello bisognoso dovrà essere aiutato, ma a livello più profondo il cuore che guiderà la mano di chi aiuta dovrà essere aperto e commosso e non indurito. Più ancora che l’effetto dell’aiuto finale al bisognoso, ciò che preoccupa Moshè è la natura dell’aiuto stesso che non può essere egoista, non può prescindere da una presa di coscienza del dolore del povero ed anche qualora lo si aiutasse senza un coinvolgimento emotivo, questo non basterebbe. Alla luce della differenza tra “carità” e “tzedakà”, tra una atto di compassione ed un atto di giustizia dovuto, il cuore indurito verso il proprio fratello, il proprio vicino non trova una legittima espressione all’interno del popolo ebraico e della futura società ebraica, questo perché se affidiamo l’aiuto al solo senso di carità esso diventa un mero atto di bontà, mentre ebraicamente si tratta di una mitzvà, di adempiere ad un comandamento con la forza del senso dell’obbligo. Aprire la mano al prossimo è un dovere per opgni ebreo, far coincidere un cuore commosso a questo atto dovuto diventa anche esso un dovere di sacralità che rende la mitzvà dell’aiuto un atto giusto e moralmente elevato che non solo aiuta il mio fratello bisognoso ma lo fa tornare ad essere parte attiva e produttiva della società.

Secondo il Rambam (Maimonide) il grado più alto della solidarietà consiste nell’aiutare un bisognoso ad integrarsi nuovamente nella vita economica e sociale, facendo in modo che ottenga un lavoro ed un sostentamento e si incammini per dare una dignità alla sua vita nella società.

Se la carità, in quanto mezzo di espressione di personale sensibilità e bontà, può essere un mezzo di costante esclusione dei miseri dalla società, la tzedakà esprime invece il dovere più difficile: quello del cambiamento della società e della nuova accoglienza degli emarginati o di coloro che per mille motivi si sono trovati ai limiti del mondo produttivo.

La carità attende che i miseri si manifestino per donare loro un minimo aiuto, la tzedakà prevede un cuore diverso, commosso, sensibile che lavori sulla società per fare in modo che non esistano in futuro miseri né emarginati, la tzedkà è un dovere di intervento lì dove la carità è un atto di minima bontà.

La Torà non ci comanda di essere buoni, ci impone di essere giusti: sfida più difficile per ogni società, in ogni tempo.

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