Parashat Pinhas

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Rav Pinchas Punturello

All’interno della parashà di Pinhas troviamo un episodio che avrebbe dovuto segnare la storia del mondo occidentale e che, invece, passa inosservato e taciuto.

Numeri, 27, 1-11.

Le figlie di Zelofcad, figlio di Efer, figlio di Gàlaad, figlio di Machir, figlio di Manàsse, delle famiglie di Manàsse, figlio di Giuseppe, che si chiamavano Macla, Noa, Ogla, Milca e Tirza, si accostarono e si presentarono davanti a Mosè, davanti al sacerdote Eleazar, davanti ai capi e a tutta la comunità all’ingresso della tenda del convegno, e dissero: “Nostro padre è morto nel deserto. Egli non era nella compagnia di coloro che si adunarono contro il Signore, non era della gente di Corach, ma è morto a causa del suo peccato, senza figli maschi. Perché dovrebbe il nome del padre nostro scomparire dalla sua famiglia, per il fatto che non ha avuto figli maschi? Dacci un possedimento in mezzo ai fratelli di nostro padre”. Mosè portò la loro causa davanti al Signore.

Il Signore disse a Mosè: “Le figlie di Zelofcad dicono bene. Darai loro in eredità un possedimento tra i fratelli del loro padre e farai passare ad esse l’eredità del loro padre. Parlerai inoltre agli Israeliti e dirai: Quando uno sarà morto senza lasciare un figlio maschio, farete passare la sua eredità alla figlia.

Se non ha neppure una figlia, darete la sua eredità ai suoi fratelli. Se non ha fratelli, darete la sua eredità ai fratelli del padre. Se non ci sono fratelli del padre, darete la sua eredità al parente più stretto nella sua famiglia e quegli la possiederà. Questa sarà per i figli di Israele una norma di diritto, come il Signore ha ordinato a Mosè”.

La questione posta in pubblico dalle figlie di Tzelofochad è talmente semplice da essere rivoluzionaria. Un uomo, loro padre nello specifico, è morto senza lasciare figli maschi e rischia, per questo motivo, di non essere annoverato tra i capi famiglia che riceveranno un possedimento all’interno della terra di Israele. Senza paura e senza timore delle formalità queste cinque sorelle si “alzano” di fronte ad una intera assemblea maschile, nel bet midrash, e chiedono di comprendere halachicamente questo vuoto ereditario. Loro padre, sostengono con correttezza le ragazze, non è morto per aver partecipato a nessuna azione ribelle come il gruppo di Corach e non è quindi stato punito per nessuna colpa collettiva ed è morto per cause naturali, ovvero per colpe proprie. Il modo con il quale saggiamente le cinque figlie di Tzelofochad pongono la loro domanda insegna molto anche su come si pongano i quesiti prima ancora del valore delle risposte. In realtà la risposta di Moshè non arriva immediatamente, quasi come se ci fosse un timore o un momentaneo senso di incapacità a rispondere e quindi la questione viene portata davanti al Signore. Solo la voce diretta della presenza di Dio permette la soluzione del problema, stabilendo il valore dell’eredità per le donne.

I passi che portano a questo straordinario momento storico sono il segno di un grande percorso femminile ed evoluzionista che non ha nulla di rivoluzionario. La Torà ci insegna moduli e percorsi di cambiamento, ci insegna come porre le domande, come cambiare la società e come affrontare anche i silenzi che un certo tipo di mondo ci potrebbe offrire in cambio dei nostri quesiti. Le figlie di Tzelofochad non si arrendono e non si impauriscono del silenzio, affrontano ogni questione con sapienza e conoscenza, domandano di conoscere il senso della giustizia ed offrono dati reali per interpretarla, rispettano ruoli e luoghi ma non li temono.

La capacità di aver saputo porre questioni ed aspettare le giuste risposte ha cambiato per sempre il senso della storia ebraica e mondiale ed il destino, almeno giuridico, del mondo femminile che all’interno della Torà hanno ricevuto il senso di essere persona giuridica e capacità ereditaria, più di duemila anni prima che il codice Napoleonico, nel 1806, equiparasse figli e figlie in linea ereditaria.

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