Tre passi per raggiungere l’obiettivo

Di Rav Yitzhak Rapoport

imagesSappiamo tutti, che una persona non diventa uno tzaddik (saggio) da un giorno all’altro; ma precisamente com’è questo processo? Re Davide ci ha dato un’indicazione. Nel Salmo 92, che recitiamo ogni venerdì sera, leggiamo degli strumenti usati nel Tempio. “Sul decacordo e sulla cetra, con canti dolcissimi accompagnati dall’arpa” – alei asor waalei nawel waalei higajon bechinor. L’analisi dei tre nomi degli strumenti ci può aiutare a capire quali sono i passi richiesti per raggiungere il livello di Eved HaShem – servitore di HaShem. La parola “asor” ovviamente proviene dalla parola “eser” – che significa dieci, e lo strumento chiamato asor ha 10 corde. Ma asor indica anche le 10 dita delle mani dell’uomo, che ci indicano il primo passo per servire HaShem: darsi completamente per raggiungere l’obiettivo. All’inizio del servizio a HaShem, l’uomo deve “sostenersi con le due mani” convinto, che riuscirà a raggiungere il suo scopo. Pensare, rimuginare e avere dubbi, non sono azioni che fanno parte dell’inizio di un viaggio – le si lascia a dopo.

L’altro strumento – la cetra – si chiama in ebraico “navel”. Le lettere della parola navel formano anche la parola nevela, che significa salma o cadavere. Perché il nome della cetra è legato alla morte? La cetra è uno strumento senza cassa di risonanza, quindi i suoi suoni “muoiono” subito. Da qui il suo nome. Ma il suo nome ci indica anche il secondo passo da intraprendere sul percorso nel servizio ad HaShem. All’inizio l’uomo “salta con tutt’e due i piedi” nel servizio a HaShem e tutto sembra facile e stimolante. Ma dopo un po’ accadrà il fenomeno secondo cui i precetti e i divieti saranno sempre più difficili da seguire. All’inizio l’uomo conosce solo i principali precetti e divieti, ma con il tempo viene a conoscerne ancora di più e gli sembra che il mondo attorno a lui si stia restringendo. In questo momento ecco che comincia il secondo passo al servizio di HaShem – navel. L’uomo stesso deve percepirsi un po’ come un “cadavere”, cioè deve ignorare il senso di divieto dei piaceri e accettare appieno il rispetto di tutti i precetti.

Dopo un po’ di tempo – e sono già passati un po’ di anni da quando si è fatto la teshuva e iniziato il percorso al servizio di HaShem – la persona si ritiene e viene percepito dagli altri come un Ebreo ortodosso. Qui nasce il problema del continuare nell’ispirazione. Conoscendo tutti i precetti fondamentali della vita quotidiana, l’uomo sente una forma di stagnazione spirituale. Sto già osservando tutto quello che posso – e ora che faccio? Ecco che appare quindi il terzo passo sulla strada al servizio di HaShem – alei higajon bechinor – “al suono dell’arpa”.

La parola suono/canto in questo contesto è “higajon”, che significa anche “logica”. Il terzo passo nel percorso di servizio a HaShem è lo sforzo della mente nello studio della Torah. Accettiamo, che HaShem sia fuori dal tempo e dallo spazio e non abbiamo nessun modo per capire la Sua forma. Due volte al giorno sottolineiamo questa cosa quando ci copriamo gli occhi durante la recitazione di “Ascolta Israele, HaShem è il nostro Dio, HaShem è Uno”. Perché ci copriamo gli occhi? Per ricordarci che non siamo in grado di capire quello che stiamo dicendo. Dichiariamo la nostra fede nella tradizione, che ci ha tramandato il sapere della Torah Scritta e della Torah Orale. Ma il fatto che non riusciamo a comprendere HaShem non ci scoraggia dal studiare la Sua parola – al contrario! Continuamente studiamo e ci addentriamo nelle parole della Torah, perché troveremo sempre un livello ulteriore di conoscenza e una comprensione ancora più approfondita dei concetti. Il terzo passo nel servizio ad HaShem consiste nel higajon – nella logica – cioè nello sforzo della mente.

Bisogna ovviamente capire che tutti 3 passi sono anche paralleli e non solo cronologici. L’uomo deve studiare la Torah sin dall’inizio, ma dopo avere eseguito i primi due passi nel percorso di servizio ad HaShem non resta che il terzo passo – higajon.

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