Fondamentalmente Freund: Quando i figli di Menasse hanno visitato la tomba di Giuseppe

Di Michael Freund

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Michael Freund alla Tomba di Giuseppe con i Bnei Menashe

Era una mezzanotte dello scorso mese, quando mi sono trovato in un convoglio blindato nelle strade di Shechem (Nablus, secondo l’occupazione Palestinese), in viaggio verso una memorabile riunione di famiglia di proporzioni storiche. Dopo 2700 dall’esilio dei loro antenati dalla Terra d’Israele, un gruppo di recenti immigrati Bnei Menashe, o Figli di Menasse, si stavano recando a visitare la tomba del loro progenitore Giuseppe, il primo incontro di questo genere.

Per questi 100 discendenti di una delle Tribù Perdute di Israele, che hanno fatto aliyah lo scorso novembre grazie a Shavei Israel, l’organizzazione che presiedo, è stato un incontro emozionante, che ha dato loro l’opportunità unica di riconnettersi alle loro radici in una maniera molto tangibile.

Scortato dai militari, il nostro convoglio blindato si è fatto strada lentamente attraverso le buie e strette vie della città, a maggioranza ostile. La jeep dell’IDF improvvisamente ha frenato. Alla nostra sinistra una figura ombrosa ha scagliato qualcosa contro il primo veicolo, facendo partire diversi soldati per rincorrerlo, prima di tornare a mani vuote. Per nulla intimiditi da questo tentativo di spaventarci, pochi minuti dopo ci siamo trovati nel piccolo sito che ospita il luogo di sepoltura della riverita figura biblica.

Sono passati circa 15 anni, dall’ottobre del 2000, quando la Tomba di Giuseppe era nei titoli dei giornali di tutto il mondo.

Miliziani palestinesi e terroristi di Fatah lanciarono un assalto coordinato ai soldati israeliani che proteggevano il sito. Dopo che il primo ministro Ehud Barak ordinò all’IDF di ritirarsi, i Palestinesi si lanciarono con violenza e demolirono la tomba con mazze e spranghe di ferro. Negli anni successivi, dopo che la struttura venne riparata, l’IDF ha ripreso a permettere ai fedeli ebrei di visitare il sito una volta al mese per qualche ora, e solo al calare della notte.

Ma tutte le difficoltà incrociate durante l’organizzazione della visita del mese passato, sono solo servite a accrescere una speciale atmosfera che ha prevalso, quando finalmente è giunto il momento.

Assieme ad altre migliaia di Israeliani venuti per pregare, i ben 100 Bnei Menashe si sono affollati nel piccolo cortile fuori dalla stanza che ospita la tomba. E proprio allora, in un memorabile susseguirsi di eventi, i Bnei Menashe si sono lanciati nel canto di una preghiera antichissima chiamata “Katange, Katange”, in uno dei loro nativi linguaggi – il Thadou-Kuki. Gli anziani della comunità hanno cominciato a ballare, alzando le braccia e mimando il volo di un uccello, simboleggiando la promessa biblica in cui viene detto che il Popolo di Israele tornerà alla sua terra sulle “ali delle acquile”.

“Dopo avere vagato per migliaia di anni”, si dice nei versi della canzone, “Verrò riportato infine verso mio fratello Giuda. E proclamerò la mia gioia e contentezza attraverso la canzone” dice, pregando Dio affinché un giorno di figli di Menasse possano tornare a “ una terra piacevole stillante latte e miele”.

Incrociando le braccia i Bnei Menashe hanno formato un cerchio, facendo ancora di più risuonare le loro voci nella notte.

In un toccante momento di unità ebraica, decine di spettatori, dai rabbini ultraortodossi di Bnei Brak ai giovani uomini con kippot in testa e sandali, si sono uniti al cerchio.

Anche se non conoscevano le parole, i veterani israeliani hanno cominciato anche loro a ripetere i ritornello: “Katange, Katange Aba aw! Katange Bnei Menashe!” (ti glorifichiamo O Padre; ti glorifichiamo Bnei Menashe!) Il messaggio inviato ai Bnei Menashe è chiaro: la vostra celebrazione è anche la nostra.

Mentre gli immigrati procedevano verso la stanza della tomba, si sono trovati davanti alla grande pietra che copre la sepoltura di Giuseppe. Molti hanno cominciato a piangere, consapevoli del fatto che il loro antenato, Menasse, era il figlio maggiore di Giuseppe. Da ambedue i lati della tomba di Giuseppe vi sono due pietre più piccole che segnano i luoghi di sepoltura dei suoi figli: Menasse e Efraim.

Anche questo ha commosso i molti fedeli presenti, che hanno aperto la strada ai Bnei Menashe affinché potessero appoggiare le mani sulla tomba di Menasse e sussurrare una preghiera in onore del loro antenato, cosicché tutti i suoi discendenti possano ritornare velocemente a casa in Zion.

Questa riunione di famiglia molto speciale, che ha riunito i Bnei Menashe con i loro avi, è servita anche come segno tangibile che il ritorno del Popolo Ebraico alla nostra Terra ha la capacità di unire anche i più disparati segmenti della nostra nazione.

Qualsiasi siano le distinzioni negli abiti, le differenze di costumi, e i diversi accenti, vi è qualcosa di molto più grande che ci unisce: il legame forgiato dalla storia ebraica e dal credo collettivo nel destino ebraico.

Alcuni hanno genitori o nonni che sono sopravvissuti ai campi di concentramento tedeschi. Altri sono fuggiti da Stalin.

Ci sono quelli che si sono lasciati alle spalle il confort dell’Occidente, e quelli che possono tracciare le loro origini alle Tribù Perdute di Israele.

Ma quella notte, nel cuore dell’ostile Nablus, alla tomba di Giuseppe – il nostro comune antenato, si sono uniti in una canzone, in danze e preghiere, come se tutte le differenze tra di loro fossero solo poco più di un superficiale e insignificante dettaglio.

Se non è questo un miracolo, cos’altro può esserlo?

Questo articolo è stato anche pubblicato ne The Jerusalem Post.

YNET ha un video della visita dei Bnei Menashe alla Tomba di Giuseppe. E’ in ebraico e si può vedere qui.

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