Un’importante lezione sull’unità ebraica da parte del “Shulchan Aruch”

Di Michael Freund

Ebrei della Moldavia celebrano lo Shabbat alla conferenza Limmud FSU dell’anno scorso.

Ebrei della Moldavia celebrano lo Shabbat alla conferenza Limmud FSU dell’anno scorso.

Nonostante il suo impatto, il “Shulchan Aruch” è tuttora sconosciuto alla gran parte del mondo ebraico.

Quest’anno ricorre il 450° anniversario dalla pubblicazione di una delle più importanti opere ebraiche dell’era moderna, un codice scientifico così importante, da continuare ad essere un pilastro della fede, delle norme e dei valori del nostro popolo.

Tuttavia, nonostante il suo forte impatto sulla vita e sulle leggi ebraiche, il Shulchan Aruch (in ebraico “tavola apparecchiata”) rimane sconosciuto alla maggior parte degli ebrei contemporanei.

In effetti, un’intera generazione di israeliani laici è stata cresciuta senza nemmeno un accenno al suo testo, lasciata sola a immaginare il suo significato, e questo è qualcosa che richiede disperatamente un cambiamento.

Il “Shulchan Aruch” è stato scritto da Rav Yosef Karo, la cui famiglia venne esiliata dalla Spagna quando lui era solo un bambino, nel 1492, durante l’espulsione degli ebrei dal paese. Karo infine si stabilì a Safed, nel nord di Israele, e fu uno dei più grandi studiosi della sua generazione.

Diviso in quattro sezioni, il Shulchan Aruch tratta di tutto, dalle regole della preghiera al matrimonio ai danni economici. Venne per la prima volta stampato a Venezia nel 1565, dalla casa editrice di Giovanni di Gara, un ebraista non ebreo, ed era essenzialmente una distillazione della legge ebraica, basata sulla precedente opera di Rav Karo conosciuta come Beit Yosef.

Nel determinare cosa fosse rilevante per l’halacha, Rav Karo generalmente si basava sulle opinioni di tre grandi studiosi che lo avevano preceduto: Rav Asher ben Yehiel (conosciuto come il Rosh), Rav Yitzchak Alfasi (il Rif) e Maimonide.

Questo approccio fu straordinario grazie alla diversità che rappresentava. Il Rosh, che ha vissuto nel XIII e XIV secolo, era un ebreo ashkenazita che in fuga dalle persecuzioni si stabilì in Spagna, diventando il rabbino di Toledo. Il Rif, che visse nell’XI secolo, visse gran parte della sua vita in Marocco, prima di essere costretto a trasferirsi in Spagna, mentre Maimonide originario della Spagna, si trasferì in Egitto, dove morì nel 1204.

In altre parole, le fonti primarie sulle quali il Shulchan Aruch era basato, rappresentavano una buona porzione delle pratiche ebraiche del tempo, significando quindi che nonostante le differenze tra Sefarditi e Ashkenaziti, vi erano molti più punti di unione che di divisione tra loro.

Da notare, che nello stesso tempo in cui Rav Karo preparava il suo Shulchan Aruch, Rav Moshe Isserles a Cracovia (noto come il Rema) stava lavorando su un simile compendio legislativo, che chiamò il Darkhei Moshe. Fu solo quando uno dei suoi studenti si presentò con una copia del volume di Rav Karo, che il Rema apprese dell’esistenza del Shulchan Aruch.

Fu allora che fece un passo gigantesco, la cui modestia e grandezza viene spesso portata da esempio da studiosi e storici. Il Rema avrebbe potuto procedere tranquillamente alla pubblicazione del Darkhei Moshe, come testo completo e autonomo, in modo da competere con il Shulchan Aruch.

Ma il Rema scelse la modestia rispetto all’ego e abbreviò significativamente la sua opera, così che contenesse solo le regole degli ashkenaziti che differivano da quelle decise da Rav Karo. Queste furono aggiunte al testo del Shulchan Aruch come commenti, e dal 1574, furono incluse in quasi tutte le edizioni.

Di conseguenza, il Shulchan Aruch simboleggia l’abilità del popolo ebraico di ritrovare l’unità nella sua diversità, e di rispettare costumi a approcci diversi, fino a quando sono radicati nell’autentica tradizione e nello studio.

Infatti, il semplice atto di fusione delle pratiche sefardite e ashkenazite in un testo, ci lega insieme per sempre, assicurandoci quindi l’esistenza come un popolo solo, che condivide gli stessi fondamenti legali.

E’ bene chiarire che vi furono diversi oppositori al Shulchan Aruch. Grandi studiosi come Rav Yehuda Loew ben Bezalel (il Maharal di Praga) e Rav Shmuel Eidels (il Maharsha), criticarono aspramente il testo, notando come avesse fallito nella spiegazione del ragionamento che era alle basi delle decisioni e omettendo le fonti talmudiche sulle quali era basato.

Altri, come Rav Chaim ben Bezalel, il fratello maggiore del Maharal, espressero preoccupazione riguardo alla pubblicazione di un codice legislativo vincolante, che nelle parole del Prof. David Ruderman dell’Università della Pensilvania, “Arrestava l’elasticità della tradizione, diminuendo l’importanza degli usi locali e degradando l’autorità dei singoli commentatori rabbinici.”

Tuttavia, in un breve periodo, il Shulchan Aruch guadagnò ampio consenso e accettazione nel mondo ebraico, come codice definitivo delle leggi ebraiche, un ruolo che continua a ricoprire tutt’oggi.

Tristemente, però, fuori dai circoli ortodossi, quest’opera monumentale e tutto quello che rappresenta, resta estraneo alla maggior parte degli ebrei, molti dei quali vivono senza essere mai stati esposti alla sua erudizione e saggezza.

Questo è un fallimento nel sistema educativo, sicuramente uno di tanti, che devono essere individuati e corretti.

E’ semplicemente inconcepibile che un bambino ebreo possa crescere in Israele senza nemmeno incontrare il Shulchan Aruch, studiandolo anche solo brevemente. Come uno dei fondamenti della vita ebraica, è un testo che non dovrebbe essere sconosciuto alla nuova generazione.

E in un momento in cui le prospettive di unità del popolo ebraico sembrano remote, è bene rivolgersi a quel grande tomo centenario che sta nella libreria, per ricordarci di una delle lezioni centrali del Shulchan Aruch: ne facciamo tutti realmente parte.

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