Parashat Shemini

Rav Pinchas Punturello

107“Non contaminate le vostre persone con alcuno di questi animali che strisciano per terra. Poiché io sono il Signore, che vi ho fatti uscire dal paese d’Egitto, per essere il vostro Dio; siate dunque santi, perché io sono santo…”

Con questo versetto la Torà giustifica l’intero senso della Kasherut, le regole alimentari e ci obbliga al suo rispetto. In genere la Torà non si dilunga in spiegazioni per i precetti specifici, ma ci dona una visione del sistema generale dei precetti che sono finalizzati ad approfondire i concetti di santità e giustizia. La santità è il fondamento e l’aspirazione di ogni azione dell’ebreo devoto e con essa come orizzonte noi dobbiamo guardare ad ogni obbligo, positivo e negativo, della Torà. Eppure, lungo il corso delle generazioni, sono state accumulate interpretazioni che hanno cercato il senso di ogni precetto. Ogni generazione ha apportato il suo contributo in accordo con le correnti filosofiche e culturali che sono esistite in ogni epoca e delle quali era influenzata. Il precetto della kasherut include diverse leggi e tutte queste insieme formano la concezione generale della kasherut.

La prima regola ci indica quale animale sia permesso mangiare e quale è proibito. Questa norma si applica a quadrupedi, uccelli e pesci, definendo segni specifici per ognuna delle specie. I quadrupedi permessi sono ruminanti ed hanno l’unghia divisa, i pesci permessi sono quelli che hanno squame e branchie, gli uccelli sono analizzati secondo differenti tradizioni che sono esistite per tutte le generazioni, per esempio, non sono permessi gli uccelli rapaci.

La seconda regola proibisce il consumo di animali puri quando si dovessero verificare le seguenti condizioni: “ Ever min hachai”, divieto di mangiare carne strappata da un animale vivente, “Chelev” grasso che si forma al di sotto del diaframma. “Dam” consumo di sangue di un animale puro. La terza regola esige la “Shechita”, il sacrificio di un animale secondo le leggi rituali della Torà.

La quarta regola, “Basar veChalav”, afferma che non bisogna cucinare la carne con il latte.

Maestri della morale, esegeti simbolici, mistici offrono le loro teorie su questo tema che, più di altri nell’ebraismo, è diventato uno dei pilastri della vita pratica e filosofica della nostra tradizione.

Nella Genesi leggiamo che all’inizio della creazione l’uomo era vegetariano. Dio gli permise di mangiare i frutti degli alberi del giardino dell’Eden ma non gli permise di mangiare gli animali. Solo dopo il diluvio, all’uscita di Noach insieme a tutti gli animali dall’arca, Dio permise agli uomini di consumare carne animale. Il consumo di carne animale fu permesso con determinati requisiti che hanno come fine il raggiungimento della compassione dell’essere umano per gli animali.

Un primo approccio al significato di questo precetto sostiene che la Torà si preoccupa dell’esistenza fisica e spirituale dell’essere umano. Le regole della Kasherut permettono all’uomo di badare alla sua salute permettendogli di consumare solo alimenti che non attentano al suo equilibrio corporale.

Esiste una grande opposizione per questo tipo di approccio esplicativo.

Le mitzvot non possono essere un mero servizio che Dio offre all’uomo, sia al suo corpo che al suo spirito, sono un mezzo attraverso il quale l’uomo realizza la propria missione.

Una visione relativamente moderna del concetto di kasherut offre una spiegazione pratica, accompagnata da motivazioni psicologiche.

Le norme della kasherut sono un mezzo che permette al popolo ebraico di differenziarsi dal contesto sociale non ebraico all’interno del quale esso vive.

Le mitzvot gli permettono di preservare l’unità e l’essenza del popolo ebraico attraverso le generazioni. Per la Comunità le norme quotidiane del consumo di cibo ebraico costituiscono un legame ed un mezzo per ricordarsi della sua identità nazionale. Le leggi della kasherut, più di altri precetti, sono strumenti sociali la cui finalità è quella di mantenere viva la nazione ebraica ed uno strumento psicologico per preservare l’identità dei suoi individui. L’ebreo osservante sa, da un lato, che non può mangiare qualunque alimento che gli viene offerto e, d’altro lato, sa che può mangiare in casa del suo omologo ebreo nel mondo.

Continuando la visione educativa è possibile anche pensare ad una visione etica della kasherut.

Uno dei valori fondamentali che la Torà prova ad inculcare nell’essere umano è la sensibilità prima della sofferenza. La sofferenza non ha regole né limiti. Qualunque tipo di sofferenza deve risvegliare la sensibilità dell’essere umano. Per questo la Torà esige che l’uomo sia sensibile nei confronti della vita animale e della sua possibile sofferenza. Le leggi della kasherut, specialmente quelle rivolte alla shechità (uccisione rituale degli animali) ci insegnano che quando si toglie la vita d un’altra creatura vivente bisogna farlo nel modo più umanitario e compassionevole possibile.

L’ebreo che osserva le leggi della kasherut sa che l’unico metodo per il quale si possono ammazzare gli animali destinati al consumo è secondo la shechità. In realtà la preoccupazione per gli animali ha una doppia intenzione. La Torà non solo si preoccupa per la vita o la forma degli animali ma anche per gli stessi esseri umani.

Secondo invece l’interpretazione mistica, le regole della kasherut hanno una influenza più profonda rispetto all’influenza etica o morale. La sua principale importanza radica i suoi effetti sopra l’universo e sopra la personalità dell’uomo. La Torà esprime chiaramente che il consumo di animali impuro esercita una influenza nociva sopra la personalità spirituale dell’uomo.

Gli animali che non sono elencati tra le norme dietetiche della Torà sono concepiti come tra quelli che hanno un effetto diretto sul carattere morale dell’essere umano.

Le leggi della kasherut e la necessità di trovare una spiegazione sufficientemente convincente ci pongono domande e questioni che donano a questo precetto una qualità provocatrice, la quale, a sua volta, risveglia in noi domande e questioni ed interpretazioni che nutrono ed approfondiscono la nostra vita religiosa.

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