Ricordare (ciò che fummo) per essere liberi

7216m4y35b1vqxrexq7Rav Pinchas Punturello

Nel primo atto dell’opera “Madama Butterfly” di Giacomo Puccini quando il console americano Sharpless interroga la giovane Butterfly sulle sue origini e sul perché ella sia poi diventata una geisha, con orgoglio e dignità ella risponde: “Di famiglia assai prospera un tempo”. Le amiche confermano facendo suonare il loro: “Verità” e la Butterfly, conscia che i propri interlocutori non le credono aggiunge: “Nessuno si confessa mai nato in povertà. Non c’è vagabondo che a sentirlo non sia di gran prosapia. Eppur conobbi la ricchezza. Ma il turbine rovescia le quercie più robuste e abbiam fatto la geisha per sostentarci…”

L’onestà l’orgoglio della Butterfly non trovano sempre corrispondenza nella storia dei popoli e nelle leggende che accompagnano le loro origini, poichè tutti i popoli ma anche singoli individui, cedono alla logica della “gran prosapia” e consegnano al mondo narrative di grandi eroi e grandi lignaggi avuti come padri ed antenati, finanche dei e divinità pagane.

Ecco quindi che abbiamo la storia di Roma con Rea Siliva ed il suo amore violento con il dio pagano Marte e la nascita dei gemelli Romolo e Remo e prima di lei c’era l’antenato Enea scappato da Troia, figlio egli stesso della dea Afrodite.
Nella antica Europa abbondavano fino alla noia le leggende di stirpi divine o semidivine che avevano dato i natali a popolazioni come i Germani, figli della divinità della terra Tuistone.

Uomini e dei, semidei, semidivinità ed ascensioni al cielo sono caratteristiche di molte narrative popolari e fonti di trasmissione storica, identitaria e spirituale per molto mondo occidentale ed orientale.

Le sere di Pesach, nel momento pedagogicamente e spiritualmente fondamentale per il popolo ebraico e per la trasmissione della nostra fede, storia ed identità alle nuove generazioni, nessuna mitologica narrativa viene raccontata o consegnata al futuro.

Dopo l’incontro con le quattro tipologie di figli, cioè dopo la presa di coscienza che dobbiamo saper educare e rispondere ad ogni tipo di ebreo che abbiamo di fronte, il racconto della Haggadà riprende il proprio percorso ed afferma: “Un tempo i nostri padri erano idolatri, ma ora il Santo Benedetto Egli sia ci ha avvicinato al suo culto come è detto (Gios. 24, 2-4): “ Cosi ha detto il Signore Dio di Israele: i vostri padri, Terach, padre di Avraham e padre di Nachor, abitavano al di là dell’Eufrate e servivano altri dei. Ma io presi di là vostro padre Avraham, gli feci percorrere tutta la terra di Canaan, moltiplicai la sua discendenza e gli diedi Ithak, ad Itzhak diedi Yaakov ed Esav, ad Esav diedi il monte Seir in eredità mentre Yaakov ed i suoi figli scesero in Egitto”.

Niente mitologia per noi ebrei e niente origini leggendarie: siamo figli di idolatri che furono educati da Dio al monotesimo, scelti da Lui, portati ad essere vagabondi prima e schiavi poi fino a quando non giunse il momento della loro Redenzione e nascita come popolo.

Senza narrative alternative e senza veli leggendari noi raccontiamo ai nostri figli e ricordiamo a noi stessi chi siamo e da dove veniamo, senza alcuna censura e senza alcuna menzogna.

Non credo esista in tutto il mondo antico un cerimoniale così politicamente onesto come quello del Seder di Pesach e del racconto storico che lo accompagna. Eppure, se avessimo taciuto questo passaggio, partendo solo dalla schiavitù egiziana, a livello storico non avremmo mentito ai nostri figli, ma avremmo solo scelto un punto meno problematico dal quale far partire la nostra storia.

Il rabbino triestino Mayer Raddenger (1780-1853) sottolinea invece come sia necessaria questa citazione perché il principio della nostra nazionalità affonda la propria origine nella vocazione personale di Avraham, il figlio dell’idolatra Terach, che scelse questa nuova relazione con Dio unico ed invisibile, merito grandioso che “parla ancora a nostro favore dinnanzi al tribunale misericordiosissimo di Dio”.

Sembra quasi che le sere nelle quali noi celebriamo la nostra fede e la nostra nascita nazionale, ogni propaganda sia bandita e solo la verità, nella sua essenza e nella sua problematica bellezza diventa il mezzo della nostra trasmissione religiosa.

Se pensiamo che la cerimonia del Seder è, di fatto, il momento pedagogico più importante del calendario e della storia ebraica, comprendiamo che questa cruda verità porta con sé valori educativi di grande importanza e sfide intellettuali alle quali rispondere.

Insegna il Rav Joseph B. Soloveitchik quando noi enfatizziamo il passaggio: “Un tempo i nostri padri erano idolatri…” rispondiamo in un certo senso alla critica che gli angeli del Cielo fecero a Dio ( Midrah Yalkut Shimoni Parashat Beshallach) dicendoGli che non comprendevano perché gli ebrei dovessero essere liberati e gli egiziani soppressi, visto che entrambe erano popolazioni idolatre. Dio provvide allora a riscattare gli ebrei sia fisicamente che spiritualmente, accompagnandoli alla Rivelazione sul Sinai.

Ricordare ogni passo della nostra storia, sia collettiva che personale, significa comprendere gli sforzi del nostro popolo, la sua crescita, le sue difficoltà, i suoi errori, i suoi successi, le sue vittorie. Significa guardare ai nostri percorsi familiari e personali senza miti o falsi valori, significa interiorizzare ed insegnare ai nostri figli i giorni dei Ghetti, la povertà, l’Emancipazione, i prezzi pagati per essa, ma anche la fede, la tenacia, l’orgoglio identitario.

La verità resta l’unico mezzo educativo che non può mai fallire, pur costando impegno e responsabilità.

Scrisse l’educatore ebreo tedesco, fuggito nel 1933 negli Stati Uniti, Erik Erikson: “E’ lungo il cammino che porta i nostri figli ad essere buoni. Bisogna costantemente seguirli- educarli- e questo significa far crescere le cose insieme a loro: cercando, raccontando, esponendoli alla vita e facendosi da parte, insegnando attraverso l’esperienza, con le nostre parole, con il nostro modo di metterle insieme. Dobbiamo imparare dove stare ed essere certi che i nostri bambini imparino dove siamo, capire i loro perché e sperare, presto, che essi sappiano stare in piedi accanto a noi, con noi”

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s