Le Mitzvòt legate a Purim hanno aspetti che visti superficialmente mi lasciano sempre perplesso

Rav Pinchas Punturello

11025204_428545803962451_7786416572602720004_nTra la sera e la giornata di Purim l’ebreo è obbligato alla lettura della Meghillà la sera e la mattina della festa, ad inviare “mishloach manot” ovvero due portate di cibo pronto ad almeno un’altra persona, dare doni ad almeno due diverse persone indigenti, “mattanot laevionim” ed organizzare un pranzo festivo nella giornata di Purim, dopo mezzogiorno.

Se ebraicamente posso concepire il senso della mitzvà che mi impone il dovere di leggere il libro biblico di Ester, di rivivere attraverso il racconto gli eventi che hanno portato prima alla disperazione e poi alla salvezza degli ebrei di Persia, non riesco a comprendere fino in fondo il senso di mitzvòt che mi impongono di inviare dolciumi e cibo ai miei amici, di dare doni o denaro ai poveri e di organizzare un pranzo in un giorno che in fondo resta, per molti di noi, semi lavorativo o comunque non completamente esente da obblighi di lavoro.

Probabilmente il senso delle mitzvòt che non capisco va cercato nella definizione che Haman dà del popolo ebraico: “
אסתר פרק ג

(ח) ויאמר המן למלך אחשורוש ישנו עם אחד מפזר ומפרד בין העמים בכל מדינות מלכותך ודתיהם שנות מכל עם ואת דתי המלך אינם עשים ולמלך אין שוה להניחם:

Ed Haman disse al re Assuero: Esiste un popolo sparso e diviso fra gli altri popoli, in tutte le provincie del tuo regno, le cui leggi son differenti da quelle di ogni altro popolo; ed esso non osserva le leggi del re; tale che non è conveniente al re di lasciarlo vivere. Ester, 3,8.

“Un popolo sparso e diviso fra gli altri popoli”: queste sono le caratteristiche ebraiche agli occhi di Haman. Gli ebrei sono sparsi e divisi, lontani gli uni dagli altri, indifferenti al lodo destino collettivo e convinti che per essi esista solo un destino privato, senza alcuna definizione di popolo. La risposta identitaria di Ester, la ricostruzione morale di questa divisione, il superamento di questo essere “sparsi” e di questa indifferenza ebraica la troviamo nel coraggio di Ester che impone a Mordechai, al capitolo 4 versetto 16: ““Vai riunisci tutti gli ebrei e digiunino per me e non mangino…”. Come a dire che prima di ogni cosa, prima di ogni altro progetto di difesa e di annullamento contro il decreto di distruzione del popolo ebraico voluto da Haman bisognava ricostruire sani legami ebraici, riunire questo popolo sparso e diviso e partire da un digiuno collettivo, come un “solo uomo con un solo cuore” che implorasse la pietà e la salvezza divina.

Solo alla fine di questo percorso che è religioso, sociale ed identitario allo stesso tempo, Ester, stabilendo per sempre gli usi e le mitzvòt della festa di Purim, codifica queste strane mitzvòt, questo strano obbligo di invio cibo, doni, inviti ad un pranzo, cestini pieni di leccornie che viaggiano da una casa ebraica ad un’altra.

Un viaggio che non è solo uno scambio materiale ma anche un annuale percorso di ritorno e di ricostruzione di legami e reciprocità sociale.

Scrive uno dei maestri della generazione della cacciata dalla Spagna, Rav Shlomo Alkabetz, il maestro che ha scritto il Lekhà Dodi, nel suo testo, Manot HaLevi, commento alla Meghillà di Ester, riguardo all’uso dei Mishloach Manot: “Perché attraverso l’amicizia e l’affetto si sono riuniti e salvati non certo per la distanza dei cuori.”

Gli ebrei smisero di essere estranei, assimilati, e quindi nacque una comunità ebraica, basata sulla solidarietà, sul riconoscimento degli altri e sulla preoccupazione delle necessità altrui. Banchetto, gioia, invio di doni, regali ai poveri, sono elementi che definiscono una comunità umana, così come il dono nella sua essenza ed in particolare i doni ai poveri sono la base di una organizzazione sociale comunitaria. Una definizione che ampia i confini della gioia dell’uomo stesso proprio perché non dimentica gli elementi deboli della società.

Haman ci ha definito un popolo separata e disperso, Ester per riparare a questa definizione decretando i Mishloach Manot e dicendo a Mordechai: “ Vai riunisci tutti gli ebrei.”

Scrive Maimonide, Rambam, in Hilchot Meghillà 2, 17: “ E’ preferibile che una persona abbondi con doni ai poveri piuttosto che spenda molto per la sua seudà e per i mishloach manot per i suoi vicini, poiché non c’è gioia più grande e magnifica se non quella di dare gioia ai poveri, agli orfani, alle vedove ed agli stranieri, poiché chi rallegra i il cuore di questi infelici somiglia alla Shechinà, la Presenza Divina, come è detto: “ far rivivere lo spirito degli umili e ravviva il cuore dei miseri.”
Proprio perché il senso delle leggi volute dalla regina Ester era quello di creare una nuova solidarietà ebraica dopo gli anni di assimilazione persiana, leggo le parole di Maimonide, per la nostra generazione, con una modernità eterna e con un richiamo per tutti ad aiutare, prima anche ancora che a gioire di condivisioni, a donare più che a creare scambi con amici e vicini.

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