Gli Ebrei in Giappone

Per anni vi sono state speculazioni secondo cui, una delle Dieci Tribù Perdute sia migrata nella terra del Sol Levante. Mentre questa teoria viene spesso liquidata come bizzarra, vi sono nondimeno un numero interessante di fatti da notare.

Un festival chiamato “Ontohsai” si svolgeva il 15 aprile ogni anno e illustra la storia del sacrificio di Isacco del capitolo 22 della Genesi. Durante il festival, un ragazzo viene legato con una corda ad una colonna in legno, e sistemato su un tappeto di bambù. Un sacerdote scintoista gli si avvicina preparando un coltello e taglia una punta della colonna, ma a quel punto un messaggero (un altro sacerdote) arriva, e il ragazzo viene rilasciato. Dei sacrifici di animali vengono quindi offerti (75 daini con l’orecchio tagliato – pare che ci sia una connessione con il montone preparato da Dio e sacrificato dopo il rilascio di Isacco. Visto che il montone venne catturato nel bosco per le corna, l’orecchio si potrebbe essere tagliato).

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Tefillin giapponesi?

La tradizione del ragazzo si è mantenuta fino all’inizio dell’epoca Meiji. Masumi Sugae, uno studioso giapponese e uno scrittore di viaggi dell’epoca Edo (circa 200 anni fa), ha scritto un diario dei suoi viaggi, annotando cosa aveva visto a Suwa. Si parla nel dettaglio di “Ontohsai”. I suoi appunti sono custoditi presso il museo vicino a Suwa-Taisha.

Dietro al tempio di “Suwa-Taisha” vi è una montagna chiamata Monte Moriya (Moriya-san in giapponese). Gli abitanti dell’area di Suwa chiamano il loro dio “Moriya no kami”, che significa il “dio di Moriya. Questo tempio è stato costruito per onorare questo dio. Si dice che questo dio venga venerato da 78 generazioni. Moriah è il luogo nell’antica Israele dove Abramo portò Isacco per il sacrificio.

Lo “Yabamushi” – un certo tipo di uomo religioso in Giappone – annoda una piccola scatola nera chiamata “tokin” con una corda nera sulla fronte. Assomiglia ai tefillin ebraici (filatteri). Anche se il “tokin” è tondo e a forma di fiore.

Qui il video dove si parla di similitudini tra ebrei e giapponesi. Al minuto 3:25 si vedono gli uomini portare dei “tefillin”.
Gli yamabushi usano anche una grande conchiglia come corno, che potrebbe ricordare lo shofar. Vi è anche una leggenda di un yamabushi che riceve un “tora-no-maki” – derivato dalla Torah? (Mai però un rotolo di Torah è stato ritrovato in Giappone).

I Giapponesi portano un arca chiamata “omikoshi” durante le feste. Vi sono delle similitudini con l’Arca dell’Alleanza israelita. I giapponesi vi ballano e cantano davanti, accompagnandosi con strumenti musicali. I giapponesi portano l’omikoshi sulle loro spalle con dei pali – solitamente due pali, anche questa una somiglianza con gli Israeliti che portavano l’Arca.
Le similitudini continuano: l’arca israelita aveva due statue d’oro di kruvim (degli angeli) in cima. Anche l’omikoshi giapponese ha sulla cima un uccello d’oro, chiamato “Ho-oh”. Gli omikoshi a volte sono in parte dorati, a volte invece in oro su tutta la superficie. Durante la festa dei templi scintoista di “Gion-jinja” a Kyoto, gli uomini portano l’omikoshi, quindi entrano nel fiume e lo attraversano – una connessione con l’esodo dall’Egitto? (Anche se l’Arca non venne modellata fino a dopo il passaggio del Mar Rosso).

La veste del sacerdote giapponese Shinto ha delle corde della lunghezza di 20-30 centimetri, che pendono dai suoi angoli. Queste frange sono simili a quelle degli antichi israeliti e a quelle dei tallit contemporanei.

I sacerdoti scintoisti portano un pezzo di tessuto rettangolare sui loro abiti, che potrebbero assomigliare agli ephod del sacerdote ebreo (il Kohen).

Un’altra lieve connessione: i sacerdoti giapponesi spesso scuotono dei rami, cosa che potrebbe assomigliare ai lulav della festa ebraica di Sukkot.

La struttura del tempio giapponese potrebbe avere alcune similitudini con il tempio Kodesh HaKodashim. Ambedue sono divisi in due parti. I giapponesi non sacerdoti possono pregarvi solo davanti, senza potere entrare. I sacerdoti invece vi possono entrare solo in momenti speciali dell’anno.

Similitudini con le frange del tallit ebraico?

Similitudini con le frange del tallit ebraico?

La “temizuya” all’entrata del tempio giapponese permette ai fedeli di lavarsi mani e piedi, un uso praticato anche nei tempi antichi israeliti.

Mettendo da parte il tempio, vi è un uso in Giappone di mangiare una purea di erbe amare il 15 di gennaio. Gli Ebrei mangiano erbe amare per Pesach, che cade sempre il 15 del mese (anche se quello ebraico di Nisan).
Vi è un uso in Giappone sin dai tempi antichi, per le donne che hanno le mestruazioni di non partecipare alle feste nei templi. Non può avere rapporti con il marito e si deve chiudere in una capanna (chiamata “gekkei-goya” in giapponese), fino a 7 giorni dopo la fine delle mestruazioni. Questo era un uso valido fino a 100 anni fa.
Nonostante l’uso di separare la donna durante il suo ciclo appartenga anche ad altre culture (Tailandia, alcune parti dell’Africa), vi sono alcune similitudini con le regole ebraiche del mikveh, come l’antica regola della tradizione giapponese, che richiederebbe alla donna di purificarsi, 7 giorni dopo la fine delle mestruazioni, in una fonte di acqua naturale: fiume, sorgente o mare.

Rabbi Marvin Tokayer ha vissuto per molti anni in Giappone, potete leggere sulle sue ricerche al sito web www.rabbitokayer.com

Vi è anche una comunità ebraica fondata recentemente, nel Settecento, dai mercanti Ebrei a Kobe, quando il Giappone si aprì al commercio con l’Occidente.

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