L’onestà dell’insegnamento halachico – Commento alla Parashà Vaiggash

Rav Pinchas Punturelloהורד

Un fiume di emozioni travolge Yosef di fronte ai suoi fratelli ed in special modo di fronte a Yehudà che si offre come prigioniero al posto di Biniamino verso colui che tutti credevano il Vicerè di Egitto.

Un fiume di emozioni che portano Yosef a piangere ed a liberarsi della maschera culturale nella quale si era rifugiato, la maschera di una finta identità, quella egiziana, nella quale si era volutamente assimilato e nella quale fingeva di essere felice. Perché Yosef è il primo ebreo che sperimenta l’assimilazione come rifugio, come ipotetica strada che risolva il “problema” dell’identità ebraica. L’assimilazione, in termine identitari, è senza dubbio un rifugio. Un rifugio che spesso si è rivelato fragile e dal quale nessuno è stato mai difeso in caso di pericolo, né identitario né politico. Ma i rifugi ebraici o per meglio dire le vie di fuga a sé stessi o dalla società che ci circonda possono essere diverse e di natura molto distante tra di loro. Paradossalmente anche una porta chiusa verso il mondo può diventare un punto di fuga ebraico.

Quando dopo questo riconoscimento forte ed emozionante tra Yosef ed i suoi fratelli egli li saluta mentre loro tornano dal padre a Yaakov a raccontare i miracolosi eventi di quei giorni egli dice: “Non litigate durante il viaggio” Genesi 45,24.

L’ammonimento in questo contesto ha il sapore di una preoccupazione morale, il timore che essi possano litigare rispetto agli avvenimenti che li hanno visti protagonisti, a partire dalla vendita che fecero di lui alla carovana di Midianiti.

Nel trattato Taanit 10b i Maestri del Talmud riportano una opinione di Rabbi Eleazar che interpreta questa frase di Yosef come se egli avesse detto ai suoi fratelli: “Non litigate lungo via” ovvero non litigate sul concetto di “Via”, sul concetto di halachà, di strada ebraica da seguire e da vivere. Forse la paura di Yosef era che i fratelli cominciassero una discussione halachica e che attraverso di essa potessero giungere alla loro assoluzione rispetto a quello che gli avevano fatto. Se i fratelli di Yosef avessero intrapreso questa strada halachica, giocando con le interpretazioni e le sfumature dei fatti, avrebbero snaturato il messaggio della Halachà, della normativa ebraica e non avrebbero analizzato le loro azioni ed il loro comportamento in maniera morale, esprimendo un vero giudizio per il loro operato poco fraterno di molti anni prima.

Il timore di Yosef ed il timore di molti rabbini è che giocando con l’Halachà si possa arrivare ad usarla in maniera interessata, come un rifugio nel quale scappare per non affrontare le proprie responsabilità verso il mondo o come folle giustificazione al male o all’indifferenza verso il mondo. L’Halachà non è un rifugio né uno scudo né un alibi. L’Halachà esprime un percorso morale ed una strada da percorrere verso la santità, verso quel monito che è il richiamo per ogni azione ebraica: “Siate santi!” L’Halachà non può e non deve mai essere usata come un’arma, come un cavillo legale, come un rifugio o una via di fuga da se stessi e dai propri doveri.

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