“Indi sedettero a prender cibo” – Commento alla Parashà Vaieshev

Rav Avi Baumol 

I fratelli di Giuseppe, figli di Giacobbe, hanno commesso uno dei delitti peggiori, quasi un peccato mortale, e poi tra le urla e le sofferenze del fratello, si sono seduti a mangiare.

La Torah non ci parla di quando le persone si mettessero a mangiare. Tutti noi pensiamo che mangiare sia qualcosa di ovvio, pensiamo che una volta si mangiava come ora. Dunque, esclusa qualche occasione speciale, nella quale si ricorda di Abramo che spezza il pane in occasione della nascita del figlio; o di Giacobbe e Labano che finalizzano la pace tra loro… – non dovremmo avere racconti su una questione terrena come il mangiare. Ma qui l’occasione è particolare, i fratelli cambiano il corso della storia ebraica, consumano il pasto, spezzano il pane spezzando al contempo il cuore del padre.

Che i fratelli potessero provare odio lo sappiamo, la Torah ce ne parla. Che fossero pronti a uccidere Giuseppe lo sappiamo ugualmente. Teoreticamente potremmo anche giustificare le loro azioni. Venivano marginalizzati. A nessuno piace sentire, quanto il fratello minore sia il migliore. A nessuno piace guardare, mentre il preferito riceve un mantello decorato e colorato e privilegi speciali. Oltretutto, Giuseppe senza vergogna racconta dei suoi sogni, che predicono il suo potere regale. Quindi non è l’odio e le sue conseguenze che ci fanno meditare. Quello che ci fa pensare bene è il loro pasto. Che cosa riflette l’atto del mangiare in questa situazione?

Pranzare ci fa venire in mente un umore sereno. La sorte di Giuseppe, il loro fratello di sangue, non ha per loro più valore di un piatto di pasta. Che il fratello muoia, o venga venduto, non fa differenza – sono affamato, allora mangiamo.  E’ l’apatia. L’indifferenza. La noncuranza. E’ la generale mancanza di passione e interesse per la crisi che si sta svolgendo intorno a loro.

Vi è ancora un altro passaggio della Torah, dove si parla del mangiare in un momento inaspettato – sul monte Sinai. Il Popolo di Israele, nel suo momento più importante e più spirituale, faccia a faccia con Dio, vedendo l’immagine di fuoco della presenza dell’Altissimo:

וישתו ויוכלו ויחזו את האלוקים

“Essi videro Iddio, indi mangiarono e bevettero” (probabilmente il pranzo).

E di nuovo durante l’adorazione del vitello d’oro. Alcuni dicono, che il peggiore aspetto del peccato del popolo, è avere cominciato a bere e mangiare, dopo avere costruito la statua d’oro e averla adorata. Quale contrasto tra il sacro e profano! In quale modo si può portare l’aspetto più alto a quello terrestre più basso della quotidianità. Proprio attraverso il mangiare.

Secondo voi sto annunciando che dovremmo rinunciare al mangiare nella nostra forma contemporanea e agli spuntini del Kiddush? Assolutamente no, ci sarebbe una sommossa, se fossi io a chiederlo. Ma possiamo immaginarci cosa succederebbe, se a Yom Kippur nel bel mezzo del Mussaf, nel momento più santo, quando tutti si prostrano davanti a Dio, sentissimo ad un tratto: “Pausa pranzo, riprendiamo le preghiere tra mezz’ora…”

Possiamo immaginarci un funerale, nel quale tra le preghiere e la sepoltura, ci fermiamo per un boccone?

Il cibo è importante, fondamentale, sono un grande sostenitore del mangiare. Ma la scelta del tempo nel quale mangiare è una questione del tutto diversa.

Quando l’atto del mangiare rispecchia la nostra noncuranza, rispetto a quello che succede intorno a noi, mentre apprendiamo di una tragedia, allora siamo colpevoli del delitto dei fratelli di Giuseppe.

La Torah ci insegna a sentire, a preoccuparci, non ad essere indifferenti davanti alle sofferenze dei nostri fratelli, a quelle del mondo. Il peccato dei fratelli ci circonda costantemente. La loro indifferenza ci tocca, influisce su di noi.

Come combattere questo sentimento? Dove possiamo trovare l’esempio dell’antitesi all’apatia, che ha avuto luogo nel nostro frammenti di Torah?

Quando Mosè è sceso verso il popolo, portando le Tavole di Dio – Luchot Habrit – si è guardato intorno e si è reso conto della serietà del problema, ha visto le persone che mangiavano, bevevano e si rallegravano, e ha cominciato a pensare – è questo il momento per godere così tanto? Subito è salito sul Monte e ha urlato queste tre parole

מי לה’ אלי – Chi è con HaShem venga con me!

Chi è pronto all’azione in nome della sua fede verso Dio, chi no  si arrende all’indifferenza qui presente, che venga da me e possiamo cominciare ad agire.

I sacerdoti si avvicinarono a lui, e quelli che erano stati addetti al servizio nel tempio, hanno cominciato a fare qualcosa, che potrebbe sembrare il contrario di quello, che potremmo aspettarci – hanno cominciato ad uccidere, a liberarsi delle persone molto malvagie tra la folla.

Mosè non riusciva a guardare tutto questo e semplicemente dire – che vergogna, ma le circostanze sono crudeli…Lui ha cominciato ad agire, ha scosso i presenti, e le sue azioni hanno portato dei risultati. Con tre parole si è opposto al vile gesto da lui osservato prima, mangiare.

Un’altra persona in un altro tempo si è trovata in una simile situazione tragica e ha detto le tre stesse identiche parole  מי לה’ אלי

E’ un caso che ci troviamo a leggere la Parashà Vajeshev sempre prima di Hanukkah?

Che cosa riguarda la festa di Hanukkah, ai nostri giorni? Si tratta della luce? Dell’olio? Della lotta? Della vittoria? Tutte queste cose, secondo me, significano una cosa – Passione.

מי לה’ אלי Ha gridato Matitjahu.

I Greci avevano conquistato il Tempio. Non c’era scelta, vi avevano sistemato la rappresentazione del dio Zeus, lì, nel posto più sacro del Tempio. Cosa si poteva fare? Niente. Semplicemente accettare il fato per quello che è. Anche se si fossero uniti per promuovere una ribellione, cosa ne sarebbe stato degli Ebrei ellenizzati, allontanati dalla loro religione, immersi nella cultura laica greca?

Come si poteva riconquistare tutti quelli allontanati dalla vita ebraica, che avevano meno conoscenza? Forse la risposta sarebbe di accettare passivamente la loro sorte.

  1. מי לה’ אלי

I sacerdoti hanno indossato gli abiti da combattimento, hanno combattuto e alla fine hanno vinto.

Ma hanno continuato nella lotta. Dopo la vittoria hanno trasferito la loro passione alla rinascita spirituale. Educando di nuovo e facendo rivivere le tradizioni, rinvigorendo la fiamma.

L’urlo di Matitjachu  – padre dei Maccabei e l’eroismo della famiglia dei sacerdoti, riscattano i peccati dei fratelli, e ci insegna l’impagabile lezione su come vivere.

La domanda che ci dobbiamo porre è – chi siamo. Siamo i consumatori del pranzo, che sono in grado di guardare i fratelli in pericolo fisico, e noi stesso in pericolo spirituale, spezzando simbolicamente al contempo il pane? O combatteremo con vigore e senza tregua come Mosè e i Maccabei?

מי לה’ אלי

MI LE-HASHEM ELAI! Cioè: Chi è con HaShem, venga con me!

E’ un grido di combattimento. Permettici di avere passione nelle nostre preghiere. Ardore per la tzedakà. La voglia e la prontezza ad affrontare i problemi del mondo circostante.

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