Dal primo di Elul ad Hoshana Rabba: sono solo con tutti gli altri.

Io credo in Dio e credo fermamente che Dio sia sempre pronto ad ascoltarmi. Sempre. Perché le porte che accolgono il nostro ritorno ovvero la nostra teshuvà sono sempre aperte. Allora perché i Maestri insistono così tanto sulla importanza del mese di Elul e della teshuvà compiuta in questi giorni ? Perché le selichot, le preghiere penitenziali e di riflessione interiore, sono recitate durante il mese di Elul fino a Yom Kippur ( per essere poi ripetute la mattina di Hoshana Rabba)? In parole più semplici: se le porte della teshuvà non si chiudono mai, che senso ha insistere su un determinato periodo indicandolo come il migliore per un’autoanalisi, per una ricerca interiore, per una seria riflessione sulle nostre azioni? Rambam, Maimonide, ci aiuta a dare una risposta a queste domande quando afferma nelle Hilchot Teshuva 2, 7 che sebbene le suppliche siano sempre efficaci è nei giorni di Elul e nei giorni tra Rosh HaShanà e Yom Kippur che sono più veloci ed infatti è scritto: “Cercate Dio quando Egli si fa trovare, chiamatelo quando è vicino. (Isaia 55,6). A chi si riferisce questo versetto? Al singolo. All’Ebreo solo e non alla Comunità, perché una Comunità che invoca e cerca Dio viene sempre esaudita come è detto: “Qual è il grande popolo al quale Dio è vicino come il Signore nostro è vicino a noi ogni qual volta lo invochiamo?” Deuteronomio 4,7.

Se quindi il “popolo” è sempre ascoltato, in quanto collettività unita che invoca Dio ( e sull’unità del popolo potremmo dire molto dato che non è un elemento scontato ma qualcosa sulla quale lavorare ogni giorno), il singolo deve invece “profittare” di questi giorni e cercare Dio, avvicinarsi a Lui, che come cantano i chassidim in questi giorni è come un Re che sta nel campo, che quindi è più facile da incontrare, rispetto a quando è seduto sul trono nel suo palazzo. In questa relazione tra singolo e collettività vanno ricercati i passi dell’uomo durante il mese di Elul, אלול, che in ebraico nasconde il legame di אני לדודי ודודי לי , Io sono per il mio Amato ed il mio Amato è per me (Cantico di Cantici 6,3) dove il mio “Io”, l’ego viene incanalato ad incontrare il mio Amato ovvero Dio e non usato per me stesso. Come a dire che il singolo, ovvero l’ego di ognuno di noi, durante i giorni che portano alla teshuvà si piega all’unica realtà esistente, quella del Creatore e smette di essere una forma di espressione individualista, sebbene ognuno di noi individualmente lavori su stesso per incontrare Dio. Lavorare individualmente però non significa lavorare in solitudine, perché se è vero che la teshuvà di questi giorni ha a che fare con la mia sfera intima, personale, privata, è anche vero che la mia teshuvà influenza la sfera pubblica nella quale vivo, la mia collettività, la mia comunità.

Nel trattato di Rosh HaShanà è scritto: “ A Rosh HaShanà gli esseri umani passano per essere giudicati davanti al Signore come un gregge ( כבני מרון) come è detto: “Colui che ha formato il cuore di tutti loro e che comprende le loro azioni. (Salmo 33, 15) Mishnà Rosh Hashanà 1,2.

Cosa vuol dire come un gregge, in ebraico כבני מרון? Nella Ghemarà di Rosh HaShanà la discussione prende tre strade diverse, una che porta alla traduzione di Babilonia e dice che כבני מרון vuol dire esattamente come un gregge, Resh Lakish invece afferma che si tratta della salita di Meron, un percorso stretto dove si cammina in fila indiana, un passo dopo l’altro, Rav Yehuda invece interpreta come “i soldati dell’esercito di Re Davide”.

Quale che sia la strada interpretativa che scegliamo in tutte troviamo elementi di riflessione sul rapporto tra il singolo e la comunità. Sia il gregge che l’impervio percorso, che l’unità di soldati portano con loro una dimensione collettiva, il senso dell’insieme delle pecore, dei soldati o del gruppo che cammina sull’impervio percorso e portano contemporaneamente una dimensione personale: la pecora del gregge, il soldato dell’unità, il singolo solo sul percorso. Chi sorveglia il gregge, Il Pastore o chi dirige il gruppo o l’unità militare ha su di essi uno sguardo di insieme ma anche la preoccupazione per ognuno di loro, per ogni pecora, per ogni soldato, per ogni passo sul ciglio del dirupo. Perché per il Pastore ogni pecora ha la sua importanza che si ritrova poi nell’insieme ed ogni passo sbagliato sul ciglio del dirupo così come ogni mossa sbagliata di un soldato può avere una cattiva influenza e terribili conseguenze per l’insieme stesso. Di contro la singola pecora, il singolo soldato, il singolo scalatore ha una visione limitata delle cose e non può obiettivamente preoccuparsi per tutti mentre è impegnato a camminare in bilico o mentre cammina per tornare all’ovile senza perdersi. Eppure anche solo il fatto che il singolo soldato stia attento a se stesso esprime grande amore per il resto dell’unità, perché comportandosi responsabilmente fa in modo che l’unità sia positivamente influenzata dal suo giusto comportamento e non ne paghi conseguenze negative. Perché i comportamenti ed i valori del singolo fissano e condizionano anche quelli della collettività, quindi sebbene il singolo non possa e non debba avere lo sguardo onnisciente di Dio deve però avere coscienza di quello che fa, quando lo fa e che influenze può avere sugli altri. Il cammino della teshuvà è quindi personale, ma anche profondamente multiplo, perché la teshuvà del singolo, l’agire del singolo insegna e segna anche la collettività. Il sacrificio di Isacco fu un gesto privato le cui positive conseguenze sono ancora il grande merito del nostro popolo attraverso il quale chiediamo perdono a Dio. Ecco quindi il senso delle selichot, suppliche da dire con minian, con dieci uomini in preghiera, con la forza della collettività che è sempre ascoltata ma che in questi giorni è formata da singoli in cammino verso se stessi e verso l’armonia con gli altri. Possiamo allora comprendere meglio il versetto che accompagna la descrizione dell’umanità nel giorno di Rosh HaShanà: “A Rosh HaShanà gli esseri umani passano per essere giudicati davanti al Signore come un gregge ( כבני מרון ) come è detto: “Colui che ha formato il cuore di tutti loro e che comprende le loro azioni. (Salmo 33, 15) Mishnà Rosh Hashanà 1,2.

Il Creatore ci vede passare come singoli, con i nostri limiti e le nostre imperfezioni e come singoli ci protegge, analizzando ogni nostro cuore ma sommando i meriti collettivi delle nostre azioni. Seguendo questo intreccio tra cuore personale ed azione collettiva ognuno di noi deve comprendere oggi più che mai che il singolo è solo quando sceglie di rispondere solo alle necessità del proprio ego e lo ingrandisce a dismisura riducendo lo spazio di azione ed incontro con gli altri e quindi anche con la somma dei meriti collettivi. Cosa resta ad un ego fuori misura? Un cuore solitario che verrà messo sotto esame senza il vantaggio e la forza del popolo.

Che Dio iscriva tutti noi, come fossimo uno,nel libro della vita, in pace ed in un anno buono.
Rav Pierpaolo Pinhas Punturello.

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