Kavafis, le candele e l’Omer.

 

In un’opera degli anni prima del 1911 Costantino Kavafis, il poeta greco figlio d’Egitto, di Turchia ma anche di Liverpool scrive:

 

“ Stanno i giorni futuri innanzi a noi, come una fila di candele accese –

dorate, calde, e vivide.

Restano indietro i giorni del passato, penosa riga di candele spente:

le più vicine danno fumo ancora, fredde, disfatte e storte.

Non le voglie vedere: m’accora il loro aspetto,

la memoria m’accora del loro antico lume.

E guardo avanti le candele accese.

Non mi voglio voltare, che io non scorga, in un brivido,

come s’allunga presto la tenebrosa riga,

come crescono presto le mie candele spente.”

 

L’angoscia per il tempo che passa, per i giorni che si perdono e non tornano diventa fumo di candele, ansia, paura del futuro, distanza dal quotidiano e terrore, puro terrore, per la maturità, l’anzianità, per i giorni andati.

“Come crescono presto le mie candele spente”.

Sembra un sospiro, quello di Kavafis, una improvvisa presa di coscienza che le candele spente non possono essere riaccese e forse, in questo sospiro diventato poesia, si nasconde anche la consapevolezza di aver usato le candele in maniera sbagliata, di non aver dato ad ogni candela, ovvero ad ogni giorno, il suo giusto significato, la sua giusta importanza.

In questo sospiro, in questa fila di candele spente ed in questo fumo forse si nasconde una distanza più profonda tra un approccio edonistico ed una visione ebraica del tempo, dei giorni che passano e che vanno significati, uno per uno, e non solo sfruttati come candele accese che si consumano e che lasciano solo fumo.

L’ebreo devoto durante il periodo dell’Omer non si angoscia per i giorni che passano ma li conta. Uno ad uno. E per ognuno di essi ha il dovere di recitare una berachà. La sera, dopo il tramonto, quando l’operosità della giornata si conclude e quando come è scritto nel libro di Giobbe: “ L’intorpidimento si impadronisce degli uomini” l’ebreo recita una berachà sulla giornata trascorsa,  benedicendo e contando il giorno che inizia. “Oggi è il primo giorno dell’Omer…il secondo il terzo…la prima settimana…” Lo scorrere dei giorni tra Pesach e Shavuot somiglia alle perle di una collana, ai diamanti, a gioielli preziosi sotto le dita di un intenditore. Non si tratta come vuole Kavafis di candele accese, di mozziconi fumanti ma di tempo investito, utilizzato al meglio e benedetto nell’esatto momento in cui si conclude, seppur temporaneamente, l’attività lavorativa dell’uomo. Il conteggio dell’Omer nell’esatto momento in cui trasforma la sera in un momento di benedizione tra il passaggio da una giornata ebraica all’altra,  insegna all’uomo il valore del tempo. Un valore che, come scrive il Rav Yosef Dov Solovietchik zzl,  l’ebreo conosce molto bene. Il popolo ebraico conta da sempre il tempo e significa il tempo in maniera costante. Lo shabbat è il risultato di sette giorni contati, come Rosh Chodesh lo è del mese, Rosh HaShanà dell’anno ed a seguire ci sono poi gli anni sabbatici e lo Yovel, il Giubileo. Al contrario di Kavafis, al contrario di molta parte della cultura occidentale, l’ebreo devoto guarda alle candele che sono già accese e non distoglie lo sguardo da loro, conta persino le candele consumate e non vede il fumo, ma impara da esse, ne fa tesoro, perché non le ha lasciate spegnere senza coscienza, ma ha dato ad ognuno di quelle candele, ad ognuno dei giorni il suo giusto valore ed il suo giusto senso. La sfida per l’uomo credente non sta nell’eterna giovinezza o nel rendere eterni gli attimi di piacere o di felicità, la sfida sta nel significare ogni attimo, ogni istante e di benedire Hashem per tutti gli istanti della nostra vita, tutti i momenti che abbiamo vissuto e che viviamo al meglio, nel senso più profondo e meno materialista possibile. Nel contare i giorni dell’Omer l’ebreo invoca inconsapevolmente il Salmo 90: “Insegnaci a contare i nostri giorni così che acquisteremo un cuore sapiente.” Ed un cuore che sa è un cuore che non teme i giorni, ma li santifica.

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