Ricordare di essere liberi.

Il Seder di Pesach nei suoi ritmi e nelle sue quattro fasi e quattro coppe di vino si rifà al symposium greco-romano. Storicamente però l’analogia tra banchetto romano e Seder di Pesach si è mutata con la distruzione del Secondo Tempio nel 70 dell’E.V. Fino a prima della distruzione del Tempio il rito pasquale aveva come elemento centrale il korban pesach, il sacrificio pasquale, quindi, come nel simposio romano, solo alla fine del pasto, alla comissatio, si apriva una vera e propria discussione e riflessione sui testi, sulla cena e sul racconto dell’Esodo.  In un certo senso il Seder prima della distruzione del Tempio aveva una sua logica temporale che i Maestri hanno poi capovolto: è infatti molto più logico che solo alla fine del pasto si ponessero le quattro domande del “Ma Nishtana”, perché solo dopo aver mangiato ci si rende conto che sulla tavola c’è solo matzà e non chametz, che si mangia solo il maror, che si intinge la verdura due volte e che si mangia stesi sul triclinio. Perché i Maestri hanno capovolto i tempi del Seder ed hanno anticipato il racconto all’inizio del pasto e non più  alla sua fine? Di fatto al nostro Seder, da circa duemila anni, manca l’elemento centrale ovvero il korban pesach, la vera mitzvà che caratterizzava il Seder dei nostri padri ed il racconto diviene di fatto l’elemento centrale, sia dal punto di vista educativo che da quello storico.  Noi raccontiamo prima, ricordiamo prima, studiamo prima e poi mangiamo. Noi poniamo le domande prima ancora di agire, perché di fatto le nostre azioni, dopo la distruzione del Tempio sono limitate e prendono il loro senso solo nel ricordo e nella immedesimazione con la liberazione dalla schiavitù e l’uscita dall’Egitto. Oggi noi non abbiamo più la possibilità di mettere in pratica la mitzvà del sacrificio pasquale ed il Tempio è distrutto, però  possiamo e dobbiamo  investire tutte le nostre energie spirituali nel racconto, nello studio dell’evento storico della formazione e della liberazione del nostro popolo. L’empatia, la solidarietà, la condivisione identitaria, l’immedesimazione nella memoria della libertà sono gli elementi che caratterizzano oggi il nostro Seder di Pesach e sono oggi l’essenza della mitzvà che compiamo durante il Seder stesso.

Scrive rav Yosef Dov Solovietchik zzl: “L’organizzazione del Seder, la sera di Pesach è dedicata nella sua essenza a rinnovare l’esperienza dell’uscita dall’Egitto mentre nel resto dei giorni dell’anno noi abbiamo l’obbligo di ricordarla quotidianamente nelle nostre preghiere.” Il rinnovamento della memoria e dell’esperienza della memoria della libertà sono le caratteristiche degli eventi di Pesach: durante l’anno ne celebriamo il ricordo,a Pesach siamo parte dell’evento e non del ricordo. La sera del Seder le persone riunite intorno al piatto con erba amara, matzot,  zampa d’agnello, uovo, charoset e carpas non sono solo dei celebranti ma sono studiosi, sono una comunità che studia, insegna, riflette e forma se stessa attraverso la lettura dell’Haggadà. “Nel Seder celebrato nel contesto comunitario l’individuo condivide con il suo prossimo non solo i suoi beni materiali bensì anche se stesso, il suo tesoro spirituale, le sue idee, le sue esperienze, le sue aspettative e speranze. La comunità della sera del Seder è una comunità che studia, insegna, che si comporta secondo la dimensione più alta dell’amore. […] Per creare una Comunità di questo tipo sostengono i nostri maestri ci dovranno essere parole di Torà in ogni pasto. ( Mishnà, Pirkè Avot 3,3.)” ( Rav Y.D. Solovietchik zzl) La vera sfida in vista della preparazione per Pesach non è solo la kasherut e la impegnativa preparazione fisica alla festività con la eliminazione del chametz, la più alta sfida intellettuale ed identitaria di Pesach è cogliere il pieno significato dell’essere liberi, dell’essere parte reale dell’evento storico e del sentire il legame con il nostro passato collettivo non perché discendenti di schiavi perseguitati ma perché figli di uomini e donne liberati da Dio per divenire un popolo responsabile.

 “Quando noi dichiariamo “ in ogni generazione” noi sottolineiamo il nostro legame intimo con il passato e l’esperienza retrospettiva dell’ evento passato, come se noi stessi  ne avessimo preso parte. Questa relazione rispetto alla storia ci obbliga a lodare e ringraziare il Padrone dell’Universo. Francamente questa halachà è difficile da rispettare. Non è così difficile mangiare maza o maror. “ In ogni generazione” però non è una mitzva legata al cibo, è una sensazione, un sentimento, uno stato d’animo. Noi dobbiamo risvegliare i nostri sentimenti e sentire una qualsiasi vicinanza alla storia ebraica. Questa è la partecipazione dell’uomo moderno vivente rispetto ad avvenimenti antichi nel tempo. La mitzvà di fatto più complicata”.(Rav Y.D. Solovietchik zzl). La preparazione fisica a Pesach non può non tener conto della grande sfida halachica che ci attende: “Ricordare non per essere liberi, ma ricordare di essere ebraicamente liberi.

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