Channukà, la cultura ebraica ed i sette re di Roma.

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Con l’ingresso, politico e sociale, del potere dei Greco-ellenista dei Tolomei in Eretz Israel, i nostri padri si incontrarono con un problema identitario fino ad allora sconosciuto: il pericolo della schiavitù culturale,  dell’assimiliazione e della scomparsa dell’identità ebraica all’interno della cultura ellenista. Nella storia ebraica l’incontro- scontro con altri popoli ed altre culture aveva già prodotto drammi identitari e pericoli di sopravvivenza a causa dell’attrazione ebraica verso pratiche idolatre, ma questi incontri-scontri avevano separato il popolo ebraico in idolatri e non idolatri senza minare l’essenza della fede o della cultura ebraica. In pratica il pericolo assimilatorio vissuto fino all’incontro tra ebrei ed ellenisti aveva creato una classe di ebrei che proprio perché idolatri decidevano di abbandonare il proprio popolo senza metterne in discussione i principi e le caratteristiche peculiari. La nuova classe ebraica, dopo l’incontro con la cultura greca , comincia di fatto a sviluppare una concezione identitaria che partendo da un sincretismo culturale ebraico-ellenista, che è stato anche positivo per il nostro popolo, arriva poi ad essere una vera e propria sottomissione culturale rispetto al mondo greco. Un atteggiamento di schiavitù culturale ed identitaria che dai tempi degli ebrei ellenisti in poi, attraversando epoche diverse, luoghi diversi ed ebrei diversi, ha caratterizzato tutte quelle generazioni ebraiche che hanno provato, sperimentato e disperatamente creduto di diventare altro da sé ispirandosi a slogan quali: “essere ebrei in casa e greci, tedeschi, italiani, babilonesi o altro fuori casa…”. Assimilarsi, in definitiva,  significa prima di ogni cosa spegnere la luce della propria cultura  e vivere con essa e per essa una perenne frustrazione rispetto alla cultura di maggioranza, ritenuta inevitabilmente superiore. Perché nel gioco dell’assimilazione c’è sempre un ebreo che non sa (o non vuole?)   vivere una osmosi culturale tra sé ed il mondo esterno e si dona ( o si vende?) nella e per la cultura altrui. La perdita o la svendita culturale è la vera ed unica fonte della assimilazione. Scrive  lo storico Attilio Milano, commentando i primi passi della collettività ebraica italiana nella società non ebraica: “[…] L’attrazione verso la cultura e la storia italiane, che ormai erano molto più facilmente assimilabili  che non le corrispondenti ebraiche e, non ultima l’ambizione per un successo personale mai provato, sgretolarono nel giro di poco tempo quella che era stata la massa compatta dell’ebraismo italiano. Ne vennero fuori tanti ebrei isolati, con una passione piuttosto tiepida verso i propri antichi valori ideali.[…]” Perdere la propria cultura significa perdere i propri valori, significa perdersi e  significa far perdere un futuro al proprio popolo. Dai tempi dei giorni di Channukà ad oggi il nostro  problema identitario passa per la nostra ignoranza ebraica, per quanto ignoriamo la nostra storia, la nostra cultura, il nostro mondo. Una non conoscenza che abbraccia e colpisce molti più ebrei di quanto si possa immaginare, anche molti ebrei tradizionalisti, che pur festeggiando Channukà ed accendendo i lumi sera dopo sera, sarebbero in serio imbarazzo se chiedessimo loro di dire almeno tre nomi di maestri del Talmud, mentre saprebbero enunciare senza problemi tutti e sette i nomi dei re di Roma.
Di contro una semplice riconquista culturale della storia e della letteratura ebraica porta con sé il rischio di una sola erudizione ebraica , di un accumulo di dati che non toccano le corde della nostra identità. Una erudizione pericolosa come ben precisa rav Shimshon Refael Hirsch, il grande padre della moderna ortodossia, rabbino tedesco del XIX secolo: “ Mosè ed Esiodo, Davide e Saffo, Debora e Tirteo, Isaia ed Omero, Delfi e Gerusalemme, il tripode pitico e il santuario cherubino, profeti ed oracoli, salmi ed elegia- per noi giacciono tutti pacificamente in una sola scatola, riposano pacificamente in un’unica tomba, hanno tutti un’unica e medesima origine umana, un unico e medesimo significato: umano, transitorio, e apparentemente al passato. Tutte le nubi si sono dissolte. Le lacrime e i sospiri dei nostri padri non riempiono più i nostri cuori, ma le nostre biblioteche. I cuori caldamente pulsanti dei nostri padri sono diventati la nostra letteratura nazionale.[…]”. Se davvero vogliamo dare un senso alle accensioni delle nostre channukkiot, dobbiamo recuperare il senso della nostra cultura e dei sospiri antichi dei nostri padri, portarli nel nostro mondo, dove cultura ebraica e cultura non ebraica abbiano la stessa importanza e dove la prima sia ciò che noi siamo e la seconda ciò che noi sappiamo.

 

Coraggio: un grido dal Palazzo Steri di Palermo.

Particolare di uno dei graffiti del Palazzo Steri. Notare la scritta: "Coraggio".

Particolare di uno dei graffiti del Palazzo Steri. Notare la scritta: “Coraggio”.

Non è facile entrare nella Storia, ma è ancora meno facile rispondere alle grida silenziose che la Storia ti urla educatamente in faccia. Passeggiando per Palermo, nei giorni tra il 22 ed il 29 ottobre, ho scelto di visitare lo Steri, il palazzo Chiaromonte-Steri che dal 1601 al 1782 fu sede del tribunale dell’Inquisizione per la Sicilia. L’intera passeggiata  a Palermo evocava ad ogni mio passo suoni e presenza antiche e moderne, legami storici e personali, con una città  che resta uno dei luoghi più affascinanti e testardamente eleganti della nostra Italia. L’intera storia del mediterraneo è scritta nelle pietre di Palermo, nei ciottoli, nella vegetazione, nei fiumi sotterranei della città, nelle botteghe degli artigiani, nei mestieri antichi che ancora resistono e che sono stati portati a Palermo dai greci, dagli ebrei, dagli arabi, dai normanni, dai fenici, dai bizantini…in una parola dal mondo intero. Mentre quindi il mondo intero mi accompagnava nel Palazzo Steri, alto imponente, fortezza che fu casa dei nobili Chiaromonte e che divenne casa dell’Inquisizione,  un potere meno nobile ma molto più spietato, freddo, crudele e capace di tenere sotto assedio morale e sociale l’intera Sicilia per più di trecento anni, perché tanti furono gli anni della tetra attività del Santo Uffizio Inquisitorio nell’Isola.

L’ottobrata siciliana rendeva l’ingresso nel cortile del palazzo piacevole, piazza Marina alle mie spalle aveva una luce meravigliosa e anche la campana che suonava ad ogni uscita di condannato al rogo sembra essere baciata da una luce benevola. Un gruppo di turisti giapponesi mi ha preceduto e mentre mi avviavo verso il cortile interno, luogo di impiccagioni e giustizia per il popolo, ho incontrato una giovane coppia…lui ha la barba…lei il capo coperto da un fazzoletto…lanciando una frase in ebraico ci siamo ritrovati ed ecco che non ero il solo ebreo  che visitiva con timore lo Steri. Per uno strano gioco di incastri tra la visita e gli impegni del rettorato che oggi ha sede nel palazzo, abbiamo visitato prima le segrete, le carceri più terribili, quelle destinate a chi era accusato di eresia.

La luce del caldo sole siciliano faceva a pugni con le parole della nostra guida che sottolineava come il buio fosse la costante presenza di ogni centimetro delle segrete. Il Buio era l’arma più potente dell’Inquisizione: il buio nelle relazione familiari, il buio del sospetto dell’accusa, il buio di un sistema spionistico che non escludeva nessuno, povero o ricco, nobile o plebeo, dal rischio di essere accusato ed imprigionato anche su indicazione del proprio fratello, amico, marito o moglie. Il buio di una accusa che contrariamente ad ogni diritto non veniva comunicata al prigioniero che giaceva così, solo, abbandonato, senza avere contatti con il mondo esterno e con il sospetto di essere stato denunciato da chiunque e per qualunque cosa: una bisnonna ebrea come anche solo uno sguardo romantico verso una luna piena. Un Buio quello della macchina dell’Inquisizione che ha colpito l’intera società siciliana in una progressiva e costante crescita delle vittime e della voracità, passando dalle persecuzioni sistematiche dei moriscos e dei conversos, musulmani ed ebrei costretti al Cristianesimo, fino alle persecuzioni per i calvinisti e luterani arrivando alle accuse di stregoneria  e magia nera per chiunque fosse una persona dotata di pensiero e spirito critico.

In una società concepita nel buio dell’Inquisizione non ci poteva essere spazio per la luce del pensiero, della tolleranza, della solidarietà, della fiducia, della reciprocità. L’unica luce che resta di quei secoli è rappresentata dai graffiti dei prigionieri sulle pareti: grida, lame di luce, anche fisica nelle terribili condizioni delle segrete. Questa luce va raccolta e custodita e per questo motivo che una nelle sere di Channukkà accenderemo la Channukkia a palazzo Steri, fino alla grande accensione dell’ultimo giorno della festa, grazie alla sensibilità del Magnifico Rettore di Palermo. Riprendiamo tra le mani la luce di chi nonostante tutto  non perse la propria umanità anche con le catene dell’Inquisizione alle braccia ed alle gambe. Faremo nostro il messaggio di un graffito tracciato sulle mure delle prigioni filippine che grida al mondo:  “Coraggio!”. Coraggio società siciliana, coraggio popolo ebraico di Sicilia, coraggio umanità tutta, coraggio mondo. Coraggio ed impegno, coraggio e luce: perché il Buio, qualunque sembianza oggi voglia avere, sia sempre sconfitto delle luci.