Rimandare la pioggia, avvicinare l’Altro

Pioggia sul lungomare di Tel Aviv.

La nona berachà della Amidà viene chiamata la Birkat HaShanim, la benedizione per gli anni poiché in essa sono racchiuse le richieste per le benedizioni materiali, nutrimento in primis, del popolo ebraico. Si tratta di una berachà dal forte richiamo agricolo e meteorologico, tipica di un popolo e di una terra,  Eretz Israel, che alzano sempre il loro sguardo verso l’Alto mentre lavorano in basso per la propria sopravvivenza.

La caratteristica agricola di questa berachà-richiesta si dimostra con chiarezza nell’invocazione della pioggia che va a sostituire la normale formula estiva con la quale si chiede a Dio soltanto la rugiada ed il testo della tefillà cambia in questo modo: “Ve Ten Tal uMatar Livrachà” E dacci Tu Hashem rugiada e pioggia in benedizione ( Shulchan Aruch O.C. 117,1), mentre per i sefarditi cambia l’intera benedizione che passa da Barech Alenu ( benedici per noi) a Barechenu ( Benedici noi). Altro dato importante da verificare è il cambiamento temporale: quando comincia la stagione della pioggia? Da quando è possibile invocare e pregare per la pioggia?

Prima di tutto dobbiamo sapere che esiste una distinzione netta tra Eretz Israel ed il resto del mondo, ovvero la Diaspora.

In Israele infatti si comincia a pregare per la pioggia dalla sera del 7 del mese di Chesvan mentre per la Diaspora la versione invernale della Birkat HaShanim si recita solo dal 60° giorno dopo il periodo del mese di Tishri, giorno che in genere, quando il calendario gregoriano non è bisestile, cade la sera del 4 dicembre o del 5 dicembre se si tratta di un anno bisestile.

 La differenza nel momento della richiesta di pioggia tra Diaspora ed Israele va cercata nei diversi bisogni di pioggia tra le due realtà. Israele ha più bisogno di pioggia della Diaspora perché la pioggia che cade in Israele è un dono Divino ed una necessità vitale per l’intera popolazione, l’intero paese, la sopravvivenza di tutti: animali, mondo vegetale, umanità. E’ scritto in Deuteronomio 11, 11: “Ma il paese che state per entrare ad occupare è un paese di monti e di valli, che beve l’acqua della pioggia che viene dal cielo” . Stabilita questa differente necessità la domanda che ci dovremmo porre è la seguente: “Se Eretz Israel è una terra che ha tanto bisogno di pioggia fino ad arrivare a “berla”, perché aspettiamo il 7 di Cheshvan e non chiediamo la pioggia immediatamente dopo Shemini Atzeret-Simchat Torà?” La risposta si trova nei passi di alcuni ebrei, cioè nei passi dei pellegrini che venivano a Gerusalemme per i chagghim, le festività autunnali di Tishri, e tornando a casa dopo Simchat Torà, in caso di pioggia, si sarebbero trovati in condizioni di scomodità lungo il cammino.

E’ mai possibile che la scomodità di alcuni pellegrini sia un giusto motivo per rimandare la richiesta di pioggia, uno degli elementi fondamentali per la sopravvivenza di tutti gli altri ebrei del paese, pellegrini compresi? L’assenza di pioggia potrebbe portare poi ad una assenza di cibo, di acqua e non è forse vietato per una persona mettersi di sua sponte in condizioni di difficoltà per la salute? Eppure, il rimandare la richiesta di pioggia, è simbolo di un concetto fondamentale per l’intero popolo ebraico e la sua responsabilità condivisa.

 L’ebreo, pieno di amore per il proprio popolo e conscio della necessaria unità che deve esistere all’interno del popolo stesso, si preoccupa di ogni persona, di ogni parte di Am Israel, anche del più piccolo o dell’ultimo tra i pellegrini che torna a casa. Preoccupandosi dell’altro non ha tempo e non ha nessuna necessità di preoccuparsi per il proprio campo, per la  richiesta di pioggia che sta rimandando, per l’acqua che cadrà dopo qualche settimana anziché dopo qualche giorno.

 La pioggia, in un contesto di responsabilità e reciprocità ebraica, non è più un elemento fondamentale per la vita: fino a quando l’ultimo pellegrino non torna a casa, la berachà può aspettare ed, anzi, nell’attesa diverrà più grande perché si è nutrita della solidarietà sociale. La richiesta di berachà per la pioggia che viene posposta di qualche giorno diviene essa stessa un grande simbolo di umanesimo, di amore, di fratellanza, di abnegazione e di fiducia in HaShem: Colui che si è ritratto dal Mondo per lasciare agire l’Uomo, non potrà che amare l’Uomo che pospone il suo diritto alla pioggia in nome di un tranquillo ritorno a casa per il proprio fratello.

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