Una Capanna per sapere.

La Festività di Sukkot rompe con una espressione di originalità il rischio di una identità, quella ebraica, che troppo spesso viene fatta combaciare con il mantra del ricordo.

In Levitico 23, 44, parashat Emor, è scritto: “Abitere in sukkot ( capanne) per sette giorni…affinchè sappiano i vostri discendenti che feci abitare in sukkot i figli di Israele…”. Chiaramente il Soggetto parlante in questo caso è l’Onnipotente, ma perché usa l’espressione “sapere” e non “ricordare”, come per le altre festività come per esempio Pesach?

Proviamo ad analizzare una discussione talmudica rispetto alla Sukkà. “Una sukkà più alta di venti amot è da ritenersi invalida, per quale motivo? Insegna Rava perché è scritto “affinchè sappiano i vostri discendenti che feci abitare i figli di Israele in sukkot”. Fino ad un’altezza massima di venti amot una persona sa di vivere in una sukkà, sopra le venti amot, nessuno si accorge di vivere in una sukkà, perché l’occhio non ci pone attenzione.” ( Sukkà 2a)

Il “sapere” del versetto della Torà diventa nella discussione talmudica consapevolezza: una sukkà eccessivamente grande non permette all’uomo che dimora al suo interno di avvertire il senso della mitzvà, la sua pregnanza educativa, la sua importanza. In altre parole: una sukkà eccessivamente grande non educa perché non avvolge l’uomo con la sua struttura, diventa una maestosa assenza di consapevolezza, pur nella validità del “ricordo” della festa. Ma il ricordo non basta. Se noi avessimo seguito la logica degli eventi storici avremmo dovuto festeggiare Sukkot a ridosso di Pesach, ricordando le prime tappe del nostro peregrinare nel Deserto. In quel caso però il ricordo avrebbe avuto un legame logico con il clima perché è normale in una cultura agricola uscire verso la campagna con l’inizio dell’estate e proteggersi dal sole con capanni ombrati. Sukkot non vuole offrirci il mero ricordo di ciò che fecero i nostri padri e non ci propone un modello museale come elemento identitario. Non si tratta di conservare con cura le foto di famiglia, dobbiamo comprendere per sapere cosa e chi siamo e sopra ogni cosa per capire come portare avanti il messaggio del nostro passato, sia esso una foto di inizio secolo o una Sukkà di tremila anni fa.

Usciamo dalle nostre comode case in un momento climatico di confine, tra estate ed autunno, di contrasti tra caldo e fresco, tra sole e nuvole che si sperino portino una pioggia  di benedizione alla fine della Festa di Shemini Atzeret. Usciamo verso i confini dell’interno e dell’esterno, verso i limiti di una capanna che è aperta agli altri ma ha anche dei confini, usciamo portando con noi elementi del nostro interno vivere, del nostro interno sentire. Questa è la sfida di Sukkot: sapere tutto questo, saperlo ereditare dal passato, saperlo portare avanti nel futuro.

 

 

 

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