Il rapporto tra Uomo e Dio e la lettera Bet ב

Tracciare un rapporto tra il monoteismo e l’uomo, tra l’idea assoluta di D-o e l’umanità è un’impresa ardua che certamente non può essere racchiusa in una sola  conversazione.

Arduo è anche il tentativo di datare l’inizio storico di un rapporto uomo e divinità, uomo ed idea trascendente: l’uomo che iniziò a seppellire i propri morti accompagnandoli con rituali di saluto e prospettive oltre la morte quale idea aveva di D-o? Quale idea aveva della vita e della vita dopo la morte?

La tradizione ebraica spinge l’uomo a non tentare di indagare troppo l’inizio di tutte le cose, quel Principio che è prima parola della Genesi in nome di una analisi più profonda e costruttiva di ciò che è e non  di ciò che sarebbe stato o potuto essere. La stessa lettera ב  inizio della parola בראשית, in principio, appunto, ha una forma che dà le spalle a ciò che non era prima del principio stesso e copre ciò che è al di sopra di essa e sotto di essa: monito all’uomo di occuparsi a pieno di cose umane, unico luogo dove il suo operato può e deve essere costruttiva partecipazione alla creazione divina.

Il rapporto uomo D-o, almeno per il mondo occidentale, non può non passare per il testo sacro, per la תורה, la Bibbia.

Il primo uomo Adamo, ha un rapporto privilegiato con D-o: è il suo unico interlocutore ed unico figlio, non conosce bene e male e quando se ne rende conto, dopo la fatidica mela, non diventa un essere immondo e peccatore, perde solo l’innocenza primordiale della creazione, un processo che con le dovute differenze avviene per ogni creatura da Adamo ed Eva in poi.

D-o è l’interlocutore principale di tutti gli uomini delle prime generazioni dopo il giardino dell’Eden, ne è il custode ed il giudice: chiede a Caino la responsabilità per l’uccisione di Abele e contemporaneamente  lo segna con un marchio perché nessuno lo tocchi.

Nessuno sia vendetta umana in nome di D-o: non si uccide l’immagine di D-o e non si uccide in nome di D-o.

La storia umana attraverso il testo sacro, nelle sue prime pagine ha versi oscuri, complicati, ma  resta chiaro il distacco graduale del rapporto confidenziale e diretto Adamo – D-o: i discendenti di Adamo non riescono più a parlare con il Creatore e cominciano ad invocarlo come in Gen. Cap. 4 vv.26.

Il dialogo uomo D-o riprende con Noè, uomo che trovò grazia agli occhi del Signore,  prescelto che darà nuova vita al genere umano.

Uomo giusto sì, ma solo nella sua generazione, uomo passivo che non dialoga in realtà mai con D-o ne subisce e ne mette in pratica i comandamenti senza battere ciglio, né in bene né in male.

Solo dieci generazioni dopo, con Abramo, avremo un uomo realmente giusto che riprende con D-o un dialogo vero e dal punto di vista dialettico, migliore di quello di Adamo.

Abramo non cammina con D-o, cammina davanti a D-o: ancora prima che gli sia comandato il bene, fa del bene.

Di fronte all’avviso divino sulla distruzione di Sodoma e Gomorra ( Gen. Cap. 18 ) Abramo contratta con D-o la non distruzione delle città  in nome dell’eventualità della presenza di dieci giusti che non sarebbe stato accettabile uccidere insieme ai malvagi.

I dieci giusti non verranno trovati e le due città punite e distrutte, ma il tentativo di Abramo è meraviglioso come il silenzio di Noè di fronte alla prospettiva del Diluvio è egoisticamente mediocre, ecco perché Abramo avrà il merito di essere lui il padre del popolo monoteista per eccellenza, del popolo che sarà chiamato ai piedi del Sinai per il patto eterno, la missione non facile, tra lui e D-o: del popolo ebraico.

Da Abramo in poi, il rapporto tra l’umanità e D-o diventa rapporto tra figli di Abramo ed il loro

D-o: la storia universale diventa storia ebraica nel racconto, ma esempio di umanità nella realtà, perché proprio per il suo carattere così particolare la storia ebraica è paradigma di storia universale ed il rapporto tra gli ebrei,  i loro capi, le loro guide e l’ idea di D-o unico ed universale diventa essa stessa storia universale anche in nome dell’onestà del testo sacro.

La Bibbia, infatti, non nasconde ai posteri ed ai contemporanei nessuna delle debolezze umane, anzi le esalta così come esalta la capacità umana di ammettere e superare le debolezze stesse.

Da Abramo al più piccolo dei profeti o delle guide del popolo a nessuno, in nome dell’immensa democrazia e limpidezza del messaggio divino, è risparmiata la critica o la descrizione della propria piccolezza.

Mosè ha dubbi e istinti ribelli verso tutti: popolo ebraico, fratelli, D-o stesso, Giosuè è debole e solo, i profeti a Isaia, Elia, Geremia, sono a volte saccenti ed iracondi.

I Giudici, capi laici di Israele si ubriacano ed amano le donne come Sansone, come i re di Israele Davide e Salomone.

Ho detto capi laici, perché mai in Israele religione e governo si fusero in un solo uomo creando i drammi della storia che conosciamo.

Ma il limite umano non è per nessuno un ostacolo al dialogo con D-o, anzi a volte la materialità diventa un mezzo per l’esaltazione più puro di D-o stesso.

Così come il Tempio di Gerusalemme, luogo sacro tra i sacri non solo per gli ebrei, costruito sulla even shetyyia , la pietra angolare del mondo, poggiava le sue fondamenta sulla materia.

L’approccio alla materia diede ad essa la missione limpida di residenza della Shechinà, la presenza divina, un approccio di pace naturale poiché nessuna lama tagliò le pietre del Tempio ma solo una specie di scarabeo chiamato shamir diede forma e costruzione alla residenza divina.

Solo un re saggio come Salomone poté portare a compimento la costruzione del Tempio, poiché solo una saggezza di pace poteva iniziare e completare una tale opera.

La leggenda volle che in suo aiuto egli chiamò angeli e demoni, bene e male, su cui aveva pieno controllo.

Una leggenda.

 Una leggenda legata ad un re che con i suoi limiti umani toccò realmente il cielo, ma accumulò anche mogli e concubine, cavalli e ricchezza che ad ogni modo lo portarono ad allontanarsi dal messaggio divino.

Eppure nonostante i limiti, l’uomo Salomone, l’uomo  in quanto tale è il mezzo più elevato per arrivare a D-o o per allontanarsene.

 

 

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