Lag BaOmer, tra amore, rispetto e lotta armata.

Dalla seconda sera di Pesach fino a Shavuot i nostri Maestri hanno stabilito il conteggio dei giorni dell’Omer, la misura d’orzo che come è scritto nella Torà veniva portata come offerta al Tempio ( Lev. 23, 11). Tutto il periodo quindi di cinquanta giorni che vanno appunto da Pesach a Shavuot viene chiamato Sefiràt haOmer, conteggio dell’Omer, periodo che tra lo scorrere dei numeri dei giorni racchiude in sé eventi significativi per la nostra storia. Durante le sette settimane seguenti l’uscita dall’Egitto i nostri antenati si prepararono alla rivelazione sul Sinai, al dono della Torà che ricordiamo e celebriamo a Shavuot, appunto. Contare come loro i gorni dell’Omer significa ripetere i gesti di quella preparazione, significa contestualizzare nei nostri giorni e nei nostri entusiasmi la stessa “ansia” di Torà dell’antico Israele, significa crescere spiritualmente ogni giorno dell’Omer fino a raggiungere il massimo grado di elevazione che si compie a Shavuot. Questa costante e rinnovata crescita spirituale in passato caratterizzava i giorni dell’Omer come giorni di profonda gioia e di forte consapevolezza, oggi è considerato un periodo di semi lutto, in virtù di una serie di eventi storici che si sono abbattuti sul nostro popolo. Primo fra tutti, la distruzione del Tempio di Gerusalemme, quindi l’assenza del luogo dove l’offerta dell’Omer veniva portato mentre gli altri avvenimenti luttuosi sono stati: l’epidemia che colpì i 24000 studenti di rabbi Akiva ai tempi della persecuzione Romana ed una serie di massacri di comunità ebraiche europee ai tempi delle Crociate. Sia la distruzione del Tempio nel 70 dell’E.V che i massacri durante le Crociate sono chiaramente eventi subiti dal popolo ebraico  a causa di persecuzioni esterne, ma la morte dei discepoli di rabbi Akiva da cosa fu causata? Il Talmud (Yevamot 62b) racconta che gli allievi di Rabbi Akiva morirono per una misteriosa malattia mandata da Dio. Il Talmud in seguito giustifica l’evento perché costoro non “dimostravano rispetto l’uno per l’altro” e Lag Ba’omer, 33esimo giorno dell’Omer dal valore numerico delle lettere ebraicheלג , celebra il giorno in cui questa malattia cessò. Cerchiamo di capire qualcosa di più di questo evento, l’unico evento del periodo dell’Omer che è per così dire interno alla nostra storia e non causato dall’esterno.  Nella parashà della scorsa settimana abbiamo letto quello che Rabbi Akiva chiamava: “ la grande regola della Torà” ovvero il comandamento “E amerai il prossimo tuo come te stesso” ( Lev. 19-18) che per il grande Rabbi era l’obbiettivo finale verso il quale l’intera Torà deve condurci, il meta-principio di ogni comandamento. Come è possibile che i discepoli di questo grande Rabbi non avessero interiorizzato questo insegnamento, non lo avessero fatto proprio? Forse la loro morte va contestualizzata nel contesto storico in cui avvenne, nei giorni difficili che il popolo ebraico ha vissuto al cospetto della Roma Imperiale. Rabbi Akiva, in quegli anni cioè ai tempi della ribellione di Shimon Bar Kochbà contro Roma, accettò l’idea di schierarsi al fianco dei rivoltosi, al fianco dell’ultimo tentativo di indipendenza ebraica 65 anni dopo la distruzione del Tempio. Comprendiamo quindi l’opinione di Rav Chai Gaon che afferma che i suoi 2400 discepoli morirono durante quel disperato tentativo di libertà, piuttosto che a causa di una misteriosa malattia. Comprendiamo quindi che l’idealismo che portò rabbi Akiva a schierarsi in favore dell’ultimo lembo di disperata libertà ebraica fu lo stesso che lo portò a criticare il suo maestro Rabbi Yochanan ben Zakkai che invece scelse di arrendersi a Roma pur di salvare almeno la possibilità dello studio e dell’insegnamento piuttosto che la dubbiosa indipendenza. Di fatto i discepoli di rabbi Akiva morirono perché seguirono le parole del loro maestro in un contesto politico difficile, parole che finirono nella guerra nonostante la loro origine di pace e che portarono la morte ad un intera generazione di maestri, perché politicamente divisero il rispetto che avevano l’uno per l’altro. Per questo profondo motivo di dolore, dal 1° al 33° giorno dell’Omer non ci si sposa, non ci si rade e si mantengono usi legati al lutto. Il punto di domanda oggi resta uno solo: abbiamo imparato a rispettare l’altro dopo il 33° giorno dell’Omer? Quasi, quasi continuo  a non farmi la barba.

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