Parashat Vayakhel – I due volti della vita umana

di Rav Eliahu Birnbaum

Questa parashà comincia con un riassunto delle regole relative alla costruzione del Mishkan, il santuario ebraico nel deserto. Sorprende che la prima mitzvà che viene menzionata sia niente meno che quella dell’attenzione allo Shabbat, la proibizione del lavoro nel giorno settimanale di riposo.

Rainbow-Nature-Desert-HD

Il Mishkan aveva lo scopo di essere un centro spirituale, doveva essere lo spazio sacro che accompagnava Israele ovunque il popolo si trovasse. Lo Shabbat, d’altro canto, era il lasso di tempo destinato settimanalmente al sacro.

La Torà pone varie eccezioni alle proibizioni sabbatiche: lo Shabbat può essere profanato in ogni caso per salvare una vita umana e le sue regole sono posticipate per esempio di fronte alla sacralità superiore dello Yom Kippur. Potrebbe essere logico credere che, per accelerare la costruzione del santuario sarebbe stato anche permessa la profanazione dello Shabbat, considerando che Shabbat e Mishkan condividono una identica missione: elevare l’uomo a Dio. La Torà insegna invece ci dice che il Mishkan non deve essere costruito di Shabbat e che una mitzvà non annulla un’altra, che una missione sacra non giustifica mezzi profani. In definitiva, in questa parashà ci viene insegnato che il fine non giustifica i mezzi e che il bene può trasformarsi in male quando i mezzi per raggiungerlo non sono giusti, onesti, coerenti con tutto il corpo morale e normativo ai quali la vita si deve attenere.

Continue reading

L’aliyah dei Kaifeng: la storia di Li Chengjin

Li Chengjin vede l’aliyah come un’opportunità sotto diversi punti di vista. E’ un’opportunità per approfondire la sua fede, per rafforzare la sua capacità nel rispetto delle mitzvot, e anche un’opportunità per cambiare la sua carriera. “Lavoro come infermiera, ma non mi piace molto. Vorrei fare qualcosa di diverso”, ci dice.

Li-Cheng-Jin-with-passport

Quando la 28enne Li arriverà in Israele dalla Cina tra qualche mese, tutto sarà diverso, questo è sicuro – dal cibo alla lingua alla routine quotidiana, che inizialmente si svolgerà attorno ai suoi studi di ebraico all’ulpan e alle lezioni di Torah che la prepareranno al ritorno formale all’ebraismo.

Li è pronta. “Ho studiato per molti anni, ma c’è ancora tanto lavoro da fare”, ci dice. Attraverso lo studio, il lavoro, la fede tutto andrà meglio, sostiene, anche per gli ebrei di Kaifeng e per quelli di tutto il mondo.

Continue reading

Pesach a febbraio? Lo shabbaton a Varsavia prepara i partecipanti polacchi al Seder di quest’anno

E’ stato un freddo Shabbat di febbraio, ma per un gruppo di giovani ebrei polacchi dev’essere già sembrato di essere a Pesach. Infatti è stato organizzato per i sei partecipanti, all’ostello Oki Doki di Varsavia, uno shabbaton invernale per prepararli a tenere il Seder di Pesach tra due mesi.

Lo shabbaton è stato il primo del nuovo programma chiamato Arevim, organizzato dall’emissario di Shavei Israel in Polonia, Rav Yehoshua Ellis. Lo scopo del programma è quello di preparare dei rappresentanti delle comunità ebraiche più grandi a visitare quelle più piccole che non hanno ancora un rabbino.

IMG_1065

Lo Shabbaton è iniziato un giovedì sera e ha compreso seminari per la preparazione in tutto del Pesach: dalla matzà, al maror, a come far diventare la casa casher per le feste,  e come far scorrere bene un Seder – forse cosa più importante di tutte – affinchè sia interessante e importante per i membri della comunità, con una diversa preparazione (o mancanza di questa).

Shabbat si è focalizzato su “integrazione e creazione di un senso di scopi comune”, ha spiegato Tzivia Kusminsky, capo del dipartimento per gli ebrei “nascosti” della Polonia di Shavei Israel. Ma vi era ancora tempo per una sessione più intrigante di Pesach: i segreti Kabalistici del Seder – tenuta alla sinagoga di Nozyk a Varsavia. La sera del sabato, un Seder Modello si è svolto.

I sei partecipanti del programma Arevim condurranno i loro seder a coppie. Due sono di Cracovia, altri due di Lodz, e l’ultima coppia vive a Varsavia e Breslavia.

Il gruppo avrà ancora un incontro prima di Pesach – all’evento Limud Polonia di marzo.

Il programma di leadership Arevim è sponsorizzato dalla Comunità ebraica di Polonia, dal JDC, dal Rabbino Capo della Polonia e da Shavei Israel.

Alziamo un bicchiere – anzi no, facciamo quattro bicchieri – e diciamo lechaim per i nuovi giovani leader ebraici polacchi!

Parashat Ki Tissa – Responsabilità

di Rav Pinhas Punturello

Il tempo del ritardo di Moshè che è stato fonte di panico per gli antichi ebrei in attesa del loro maestro ai piedi del monte Sinai, è stato di sole sei ore secondo l’interpretazione dei maestri del Midrash.

In sole sei ore il popolo cade in preda al panico e perde se stesso e la missione per la quale era stato liberato.

Huacachina-Desert-Oasis

Nel piccolo vuoto temporaneo che si era creato il popolo ha un disperato bisogno di un capo, la psicologia della massa ha una necessità assoluta di una guida anche se fittizia ed inutile come quella del vitello d’oro.

Di fronte alla paura dell’assunzione delle proprie responsabilità ci sono persone e gruppi umani che preferiscono la delega ad altri piuttosto che l’azione in nome proprio, poco importa se il delegato sia un fantoccio creato con le nostre mani come una statua forgiata con il nostro oro.

In maniera veloce ed impressionante il popolo in preda all’angoscia, per altro inutile, si rivolge ad Aaron e chiede una nuova guida incurante del fatto che la loro nuova guida potrebbe essere lo stesso Aaron, fratello di Moshè e futuro Cohen Gadol, Sommo Sacerdote. Una sostituzione naturale oltre che autorevole e di grande valore.

Continue reading

Un ebreo cinese si arruola nell’IDF

di Brian Blum

E’ nell’esercito adesso: Tony (Hoshea) Liang è l’ultimo degli ebrei cinesi ad arruolarsi nell’IDF (Forze di Difesa Israeliane).

20151215024024

Sei anni fa Shavei Israel ha aiutato sette giovani uomini cinesi a fare aliyah dall’antica comunità ebraica di Kaifeng. Gidon Fan e Yonatan Xue hanno già completato il loro servizio nell’esercito, mentre Moshe Li ha ancora qualche mese davanti a sé (e la vita militare gli piace così tanto che vuole firmare per un altro periodo).

Tony, il più giovane tra i sette – aveva solo 18 anni quando arrivò in Israele – si è arruolato a metà dicembre, e servirà per sei mesi, di cui i primi tre saranno un ulpan di ebraico intensivo, con una particolare attenzione alla terminologia che serve nell’esercito. Sarà una specie di ritorno agli inizi della vita in Israele, quando Tony e i suoi amici cinesi studiavano all’ulpan del Kibbutz Sde Eliyahu. A questo sono seguiti diversi anni di studi in una yeshiva a Gerusalemme, prima che i sette uomini facessero conversione ufficiale all’ebraismo, sotto gli auspici del Rabbinato Centrale di Israele, due anni fa.

Da allora hanno seguito percorsi professionali differenti. Yonatan ha sfruttato il suo periodo nell’esercito per approfondire le conoscenze che si era portato dalla Cina, diventando un assistente odontoiatra. Tony nel frattempo, aveva iniziato una carriera nell’industria alberghiera, lavorando prima in un hotel della zona e ultimamente guidando gruppi di turisti cinesi nella Terra Santa – un lavoro che spera di potere continuare dopo il servizio militare.

20151223011559-576x1024

Gli ebrei hanno vissuto a Kaifeng, una volta tra le capitali della Cina imperiale, per più di mille anni, arrivando inizialmente come mercanti dalla Persia o dall’Iraq, facendo affari lungo la Via della Seta.

Continue reading

Parashat Tetsavé – Cos’è un Tempio se non una concessione di Dio alle necessità dell’uomo?

di Rav Eliahu Birnbaum

Non è irrilevante, in un’epoca nella quale non abbiamo il Bet HaMikdash, studiare i particolari della Torà circa la costruzione ed il funzionamento del santuario. Il concetto ebraico riguardante il santuario è inevitabilmente legato alla concezione ebraica del “luogo”: il luogo nel quale si offre ciò che si possiede, uno spazio sacro nel quale ci si consacra per quello che si è. Al di là della distanza storica e, conseguentemente, psicologica che ci separa dal Mishkan e dalle regole relative alle offerte ed ai sacrifici, è necessario studiare il Mishkan, il santuario che i nostri antenati hanno costruito nel deserto, perché quelle pagine della torà contengono una infinità di insegnamenti che conservano intatto il loro valore fino ai nostri giorni.

TabernacleComplete1a

Il Mishkan non era solo il centro della convergenza delle offerte rituali, bensì il fondamento della memoria del popolo. Un centro spirituale il cui scopo e la cui missione erano quelli di mantenere viva nel popolo di Israele la coscienza dei suoi legami e degli obblighi acquisiti ai piedi del monte Sinai. Il Mishkan era un santuario che il popolo portava con sé ovunque si recasse. Non è Dio a richiederlo ma sono gli uomini, perché sono stati loro a costruirlo quale strumento di comunicazione tra ciò che è puramente spirituale e l’esistenza quotidiana, umana, temporale.

Il Mishkan è una concessione di Dio alla natura dell’uomo: Colui che ci ha redenti ha concesso alle nostre debolezze un elemento che ci ricordi i nostri obblighi trascendentali.

Il Mishkan include, a sua volta, quasi tutti gli elementi che ritroviamo nello spazio chiuso di una casa: un tavolo, un arca o armadio, un lavabo, un candelabro…; tutto, al di fuori degli spazi e degli elementi nei quali risposare, è comune sia all’arredo di una casa qualunque che alla “Casa” di Dio. Questa similitudine ci insegna che ogni casa, ogni abitazione, deve e può – nella concezione ebraica –   tendere ad imitare un santuario. Il “baal habait”, il padrone di casa deve fare in modo che la sua casa abbia lo stesso grado di purezza, di spiritualità, di propensione alla giustizia, etc. del Mishkan. All’inverso l’equiparazione fisica tra il santuario e la comune dimora ci insegna che l’uomo può e deve sentirsi nel Mishkan come se fosse a casa propria.

Continue reading

Storie di Bnei Anousim: Luis, Claudia e Barbara Morao, di Belmonte in Portogallo

di Brian Blum

Luis (Uziel) Morao è venuto a conoscenza delle sue radici ebraiche in Portogallo da bambino…letteralmente: la sua famiglia ha cominciato a praticare l’ebraismo dopo la sua circoncisione, anche se per Luis non è stato a 8 giorni, ma quando aveva 10 anni. Da quel momento, quindi, “la mia vita da adolescente è stata molto intensa, poiché sono stato cresciuto in un ambiente puramente ebraico nel villaggio di Belmonte”, racconta Luis.

Luis-and-Claudia-2

Più di 500 anni fa, la città centrale del Portogallo Belmonte, oggi a due ore di macchina da Lisbona, aveva una comunità ebraica molto vivace – fino a quando i suoi membri non furono costretti a convertirsi al cattolicesimo nel 1497 e l’Inquisizione li costrinse a nascondersi.

Ma gli Anousim – gli ebrei “nascosti” – di Belmonte erano scrupolosi riguardo alle loro osservanze clandestine. Secondo Leah Jaya Bisquert Bertomeu, che ha visitato la comunità nel 2013, “non hanno mai mancato di celebrare Kippur, la festa di Ester (prima di Purim) e Pesach. Sapevano però le date delle feste solo grazie ai pieni di luna”. Il rabbino capo di Efrat, Shlomo Riskin, che ha visitato Belmonte nel 2011, aggiunge “per 500 anni i loro discendenti si sono sposati tra loro tenendo l’ebraismo segreto”.

Continue reading